Thursday, January 08, 2026

Generale Giuseppe Madia di Pianopoli




Generale GIUSEPPE MADIA (da Pianopoli, tenente medico alla battaglia di Adua)

COME FU FATTO PRIGIONIERO

E COME FU LIBERATO IL TENENTE MEDICO

GIUSEPPE MADIA

Col piroscafo Po, nella notte dal 19 al 20 novembre scorso, arrivava a Napoli, dopo circa 50 giorni di viaggio faticoso, il tenente medico Giuseppe Madia, unico nostro ufficiale liberato dal Negus prima ancora che in Addis Abeba arrivasse per trattarne della pace , il tenente colonnello Nerazzini.

Interessanti sono le vicende di questo prode ufficiale, che, fatto prigioniero in Abba Garimà sull'imbrunire del 1°Marzo, fu liberato con un curioso stratagemma, proprio quando l'esito della missione pontifica aveva cancellato nell'animo di tutti i prigionieri ogni speranza di prossima liberazione.

Il 1°ottobre l'ingegnere Ilg lo chiama a sè e lo conduce al cospetto del Negus. Questi, col mezzo dell'interprete, gli dice:

   Dottore, laggiù, nella regione del Mingiar, a tre giornate da qui, v'è un mio amico gravemente ammalato; e tu devi andare a curarlo.

   Maestà, esclama trepidamente il dottore, tu mi dai con questo incarico argomento di tristezza, quale non avevo ragione di temere. Qui, nella tua casa, io sto bene. Chi mi assicura laggiù altrettanto?

   Ed il Negus, sfiorando le labbra ad un lieve, indefinibile sorriso, come per sottolineare certe frasi:

-Il trattamento sarà quale tu meglio possa desiderare. Il Mingiar, come sai, e sulla via di Gibuti. Ed il messo del papa ti sarà compagno. con lo sconforto nell'anima, piena la mente di non lieti presagì, il tenente Madia, seguito dall'ingegnere Ilg, si allontanò dal Negus. Disse all'ing. appena di vide solo con costui:

- Quale fortuna, ingegnere, se, guarito il dignitario del Mingiar, io, trovandomi sulla via di Gibuti, potessi... non tornare.... Ma lo interruppe l'Ilg, che anzi questo si mostrò sorpreso e spiacente di quelle parole, ed esclamò severo:

-Si guardi, dottore, dal palesare simili speranze. Ella ne resterebbe subito pentito. E così, dopo qualche ora, una mesta comitiva s'allontanava dalla capitale dello Scioa.  Erano monsignor Macario, il segretario di lui, ed il dottor Madia, di cui pareva nell'incarico ricevuto, essere celato qualche tranello.  Onde trasse il pensiero ad un lungo e paziente esame di cosciente per trovare un peccato che spiegasse la improvvisa determinazione sovrana.

Dopo tre giorni di marcia, arrivati al Mingiar, monsignor Macario si fermò, e con aria nella quale l'intima soddisfazione dell'animo rendeva quasi dolce il tono solenne dell'annuncio inaspettato, esclamò:

   Dottore , lei non ha nessuno da curare, nè quì nè altrove.

   Dottore?.dica, presto...-

   Dunque - dice- Lei tornerà in Italia con me; e questa una lettera per llei di Sua Maestà il Negus  Neghesti che mi ordinò di fargliene la consegna appena arrivati in questo paese dove il maggiore Nerazzini è ad aspettarci.

   Il Nerazzini, difatti, poco dopo raggiunse la comitiva, ed abbracciato di gioia il tenente Madia, gli fece noto che doveva egli la sua liberazione all'ingegnere Ilg, grato di averli guarito un figliuolo da grave malattia agli occhi".

(tratto da l'illustazione italiana del 20 dicembre 1896)



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Il tenente Giuseppe Madia nacque a Pianopoli (Catanzaro)il 3 gennaio 1863, e fu dall'infanzia educato a Napoli. Carattere energetico e vivace di vero calabrese, amante di vita attiva e venturosa, visitò, appena laureato, le principali città d'Europa e parte dell'Asia. Dopo il disastro di Amba Alagi, trovandosi a servire sotto le armi in qualità di tenente, chiese di andare in Africa a combattere tra le forze Italiane contro l'esercito abissino del negus Menelik, battaglia nella quale gli italiani subirono una pesante sconfitta. Così  il 1°marzo del 1896 in Abba Garimà, aggregato all colonna di riserva, aveva, con le funzioni di capitano, la direzione dell'ufficio di sanità del 4°reggimento (Romeo).

  Le notizie che lo riguardano

Riferirono i compagni d'arme, e specialmente il ten.col. Violante cheil Madia attese tutto il giorno al suo dovere, con mirabile energia, soccorrendo i feriti sulla stessa linea di fuoco dove cadevano. Onde il suo nome veniva proposto a ricompensa al valor militare.Verso Sera, quando il reggimento era quasi distrutto egli,superstite, con un capitano di fanteria, e qualche soldato, si avviò attraverso un sentiero che costeggiava il monte. Si udì dall'alto uno scoppio simultaneo di fucilate, e, quale orribile spettacolo! Il capitano e il suo mulo salta giù, entrambi con le gambe in aria, e spariscono come inghiottiti nella voragine. Il nemico era alle spalle, protetto dagli alberi dai macigni, ed il Madia, a cavallo anche lui ad un muletto, aspettava il suo destino, cercando di renderlo meno duro col chinarsi a destra, al fine di evitare l'orribile sbalzo nello spaventoso burrone. E fun ben tosto preso di mira. una palla profondò lo zaino ad un soldato, che, stanco, si teneva con un braccio appoggiato al collo del mulo, un altra palla fer l'animale proprio al collo, una terza attraversò, nella regione temporale, il capo a quel povero soldato, che stramazzò per terra. Ed alla fine, a bruciapelo, si spara contro il tenente Madia, che, aggredito si butta giù dal mulo sparando, a sua volta, con la rivoltella. Ma tre abissini l'hanno già stretto, mentre un quarto miratogli con la lancia al petto lo colpisce  al braccio sinistro.  Dopo cinque ore di cammino il Madia, già sfinito dalla stanchezza e straziato dalla fame dalla sete, giunse a un tukul, dove gli abissini, in segno di festa, sparano le armi.  Lungo il cammino s'era incontrato col tenente Sironi, anch'egli prigioniero di un altro gruppo di nemici.  Sironi si lamentò di una distorsione al piede la quale gl'impediva di proseguire; ma un soldato abissino, senza molto scomporsi, puntandogli la bocca del fucile all'occipite, fece partire un colpo; ed il povero Sironi stramazzò, fulminato, da un altro ufficiale, e s'udivano di lui gli ultimi rantoli di morte.  Il Madia fece atto di volerlo soccorrere ma con un colpo di scudo gli fu contusa la faccia e spezzato il labbro superiore.  Gli abissini avvicinarono così il morente, dopo averlo spogliato, lo evirarono selvaggiamente facendo dell'oggetto triste trofeo alla punta di una lancia che fino allora era rimasta priva.  Erano le 10 di sera, e il Madia, nel tukul, anch'egli denudato ed implorante, di ricevere un sorso d'acqua, si era buttato sopra una pietra, e pensava che i suoi cari non avrebbero mai, forse, saputo le sue sofferenze prima della morte alla quale egli era preparato.  Tutto era silenzio quivi intorno, dove il fioco rantolo di mille moribondi si confondeva col lieve scroscio dell'acqua che già cominciava a cadere.  Quando ' ecco, poco lontano, echeggia l'aria al suono inebriante, dal vessillo tricolore.  L'ufficiale tenta la fuga per morire fra i suoi compagni; ma son lì presso il tukul, i nemici lo sorvegliano ed egli ricade al suolo, stremato dal dolore.  Sul tardi lo avvicina, col lume in mano, una giovane indigena. Ella lo guarda con pietosa tenerezza e passandogli lievemente una mano sulle braccia e sulle spalle, va ripetendo delle parole che l'altro non comprende, ma che'gli a sua volta ripete rifacendo le carezze sulle braccia e sulle spalle di lei.  Pareva una scena d'amore, protetta dalla solitudine che in quel momento regnava nel tukul. Il Madia ne trasse subito partito, e fece segno di voler un pò d'acqua; si sentiva arso lo stomaco, ed il respiro era diventato affannoso.  La donna gli offri acqua e baguette, al che il Madia, intenerito a sua volta dall'atto pietoso, si tolse un anello sfuggito alla cupidigia dei nemici e l'offri alla donna; ma questa ricusò, rimettendoglielo al dito.  L'indomani, assai per tempo, il tenente Madia, con sole scarpe e mutande, fu fatto avviare pel campo del Negus. E fu allora che potette, nel non breve cammino, osservare la strage del giorno innanzi in tutta la sua muta e spaventosa eloquenza.  I campi erano seminati di cadaveri pressochè tutti nudi, molti evirati.  In alcun punti la lotta immane pareva compiuta corpo a corpo, giacchè di bianchi e di neri i cadaveri erano ammonticchiati.  Il Negus, presso la cui tenda erano schierati molti altri prigionieri, si mostrò assai cortese con medici, che tenne presso di sè ma nella marcia per molti giorni il tenente Madia, pur avendo il suo mulo, viaggiò senza camicia.  Un bel giorno s'incrociò il suo sguardo con quello di un abissino.  Si riconobbero e l'abissino mostrandogli un braccio ferito si buttò ai piedi del tenente Madia.  Ti curerò il braccio, -gli fece intendere costui- ma dammi subito la mia camicia e tutto quello di cui mi depredasti.  Si allontanarono subito dal vicino mercato, ed il Madia ritrovò quivi la sua camicia e la valigia.  Fu una gioia assai viva.  Dalla valigia mancavano bensì molti effetti danaro; ma, oltre un rotolo con otto lire di bronzo, ritrovò le sue carte, fra cui, ricordo assai bello e commovente, il taccuino insanguinato, dove, nella terribile giornata, aveva egli avuto la calma di segnare le varie fasi della battaglia, i nomi di molti ufficiali feriti con brevi cenni delle varie lesioni, e tutti gli altri episodi di rilievo che si erano svolti presso di lui, come quello passaggio del generale Barattieri inseguito dai nemici, della morte del colonnello Romero, del comando riassunto dal tenente colonnello Violante appena ebbe fasciato la ferita al braccio.

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L'inaugurazione del Monumento ai suoi Caduti, venne eseguita solennemente il 23 settembre 1934,

Era presente anche il Generale medico Madia, un vecchio ufficiale di origine Pianopoletana, reduce dalle guerre d'Africa sul cui petto brillavano quattro medaglie d'argento al valore.

In questa visita che l'autorità di Pianopoli volevano intestare a lui la strada dove'ra nato, lui disse ai paesani; intitolatela al mio Maggiore Toselli perchè io sono tornato vivo dall'Africa dove il maggiore Toselli e morto sull'Amb Alagi così fu chiamata via maggiore PietroToselli, lui era un maggiore Piemontese








La nobile figura del Generale Medico Madia

ITALIANI DI ALTRI TEMPI

La mamma al figlio che partì per la guerra d'Africa: "Va lieto e sappi, come scrivi, essere medico e soldato valoroso.  Forza di mente e di cuore non ti mancano, amor patrio nemmeno, sarà dunque teco anche Dio e il pensiero di tua madre".

Siamo veramente innamorati della storia ! Pertanto siamo grati all'amico di sempre Dott. Salvatore Laudicina, non solo per averci ricordato un vecchio maestro del giornalismo casertao Silvio Torre, ma, per averci parlato di cuore e la mente di suo nonno Gen. Medico Giuseppe Madia, Casertano di adozione.  Tutte queste note per non dimenticare, perchè chi dimentica il passato non può guardare al futuro!!

Riportiamo così integralmente il suo ricordo.

Sono decorsi circa cinquanta anni dal 3 marzo 1959, da quando cioè Silvio Torre, indimenticato maestro di giornalismo, aprì la prima pagina quindicinale "Giornale di Caserta", da lui diretto, con un articolo, titolato a caratteri cubitali: " 1° MARZO 1896 :ADUA- LA NOBILE FIGURA DI SOLDATO E DI MEDICO DEL GEN. MADIA. Italiani di altri tempi". Non sembra superfluo e fuori luogo, oggi, a distanza di tanto tempo, ripropone il ricordo e l'esempio di un italiano che ha costellato tutta la sua vita di impegno, sacrificio, tenacia, amore per il prossimo sofferente non soltanto in guerra, per lo studio, la famiglia e la Patria e per le sue istituzioni.   A fronte di tanta pattumaglia e di tanti squallidi gossip, portare a conoscenza delle giovani generazioni immagini che hanno fatto inorgoglire a sentire grandi milioni di gente, sembra una azione di riedificazione storica ed una iniezione di fiducia e di speranza, di stimolo a raccogliere l'essenza dei caratteri della peculiarità per riproporli in veste moderna, attuale.

Orbene è preliminare ad ogni considerazione delineare la figura del maggiore generale Giuseppe Madia e spiegare perchè la stampa casertana a lui, nato il 3 gennaio 1863 a Pianopoli piccolo centro catanzarese, trapiantatosi, dopo aver conclusi gli studi liceali, a Napoli per iscriversi alla Facoltà di medicina e chirurgia della locale università.

Durante il periodo di studi universitari, giovane dignitoso e serio, al fine di non gravare sul bilancio familiare, già particolarmente impegnato dalle pese per gli studi a Napoli, si arruolò nell'esercito col grado di sottotenente medico effettivo al Corpo sanitario militare.

Il 7 maggio 1882 coronò con il matrimonio il sogno d'amore con la leggiadra figlia dell'ing. Francesco Formisano di Portici.

Aggregato al 12° rgt di stanza a Capua, nel 1884 prese casa in questa cittadina casertana, dalla quale programmava e pianificava tutti gli interventi e insediamenti militari e sanitari anche nell'alto casertano ed in particolare a Roccamonfina.

Tuttavia  il ricordo di questa permanenza gli cagionava profondo dolore perchè collegato con il decesso del figlio Guido all'età i due anni.

Nel corso di un riuscitissimo matrimonio nacquero altri cinque figli, alcuni dei quali divenuti adulti, con le proprie famiglie si trasferirono nella città di Caserta. Gli ultimi discendenti viventi nella nostra città soni i fratelli Laudicina.

Senza nulla togliere all'intesa ed eroica attività di medico e di militare dispiegata nella guerra italo- turca 1911-1912, nella guerra 1914-1918, detta della "Vittoria". la campagna d'Abissinia e gli episodi piu'  luminosi di questo Italiano ebbero senz'altro un altissimo rilievo rappresentato ampiamente e diffusamente da tutta la stampa dell'epoca ed in particolare dall'Illustrazione Italiana del 20 dicembre 1996.

Non può essere sottaciuto e per lo spirito spartano di donna pregna di austerità e di nobilissimi sentimenti il tenerissimo telegramma che il tenente medico Madia ricevette all'atto dell'imbarco sul piroscafo PO dalla mamma: Va lieto e sappi, come scrivi, essere medico e soltanto valoroso.  Forza di mente e di cuore non ti mancano, sara' dunque teco anche Dio e il pensiero di tua madre".

Di altrettanto spessore umano e professionale fu l'impegno organizzativo igienico sanitario che il Maggiore medico Madia con la collaborazione d l'assistenza di altri ufficiali medici pose in essere dal 16 ottobre 1911 per individuare e debellare i focolai di colera che mieteva numerosissime vittime indigene ma anche soldati italiani in Libia.  per questo fu decorato Dell'o dine militare di Savoia.  Uomo semplicissimo, ma modesto, nobile, burbero seppur cortese, seppe distinguersi in pace e in guerra ottenendo benemerenze e decorazione che cercava di raggruppare al fine di non creare imbarazzo ai colleghi, particolarmente in cerimonie ufficiali e ricevimenti.  Affermava simpaticamente che la feluca per lui pesava come un elmo.  Il dovere di cronaca imporrebbe di elencare le più importanti onorificenze ricevute dal Gen, Madia, ma l'elenco sarebbe lungo e non rispondente ai meriti del medico e dell'uomo.

Le accoglienze ricevute al rientro a Napoli da Gibuti, l'udienza a Roma dal Presidente del Consiglio on. De Rudinì del 23.11.1896, il riabbracciare i propri cari valsero a lenire le sofferenze fisiche (sopratutto una ferita all'occhio) consentendogli di recuperare in breve tempo le energie e la volontà di riprendere il proprio lavoro e la "missione".  Nei ritagli di tempo, non dimenticava mai di tornare, sia pure per brevissimo tempo, alla sua Pianopoli mettendo a disposizione di tutti e gratuitamente la sua professione di medico, tanto da valergli il dono di una statua in bronzo del Dio-Mercurio, opera dello scultore Giambologna (Jan Boulogne), offerta con targa in ottone con la dicitura  "Al Maggiore Medico Giuseppe Madia-eroe di adua-gli italiani d'America".

Moltissimi napoletani fino a pochi decenni or sono lo ricordavano non soltanto per aver debellato in poco tempo la peste bubbonica a Napoli nel 1921, ma  sopratutto per la disponibilità a prestare la propria opera in qualsiesi momento e senza alcun interesse.