Sunday, March 01, 2026

Pianopoli nella realtà e nei ricordi

Pianopoli nella realtà e nei ricordi

<<E via! Facciamo un articoletto su Pianopoli …, che sia interessante…, voi avete tanta pazienza Signorina…, debbono leggerlo anche gli emigranti!>>

Così mi apostrofa per una, due, tre volte consecutive l’amico degli emigranti, colui che tiene i contatti con loro, che scrive e risponde, che li informa sulle novità, sul bello e sul brutto che viene nel nostro paese. Mi riferisco a D. Angelo Chirico, a questo simpatico e caratteristico personaggio Pianopoletano, anello di congiunzione tra il passato e il presente, tra la vecchia e la nuova generazione, a cavallo tra un’epoca palpitante di tradizioni ed una società che si rinnova dalle fondamenta; che si trova così bene a suo agio tra gli anziani ed in mezzo a noi, che rappresentiamo le classi giovani. E’ così ho pensato in modo interessante a Pianopoli: al paese che si perde nella leggenda, a quello di pochi anni fa, alla cittadina di oggi.

La Pianopoli della leggenda, costruita nel 1600, dagli abitanti della antichissima Feroleto, colpiti da terremoto e salvati dalla protezione della Madonna Addolorata. Ho pensato alla Pianopoli governata dai Priori in un lungo peridio che so prolunga sino all’avvento del fascismo, un periodo nel quale trionfano con tutte le loro coreografie e i loro regolamenti, due grossi aggregati comunitari: la Confraternita dell’Addolorata, ora scomparsa, e la società agricola operaia che ancora esiste. Considero con nostalgica attenzione, la Pianopoli di parecchi anni fa, quella di cui tanto mi parlava la zia Marianna Sacco…. E mi sofferma a meditare con piacere sulla vita ed i costumi di un Paese romantico, ricco di spiritualità, assorbito il giorno della attrazioni georgiche della campagna ed illuminato a sera, dai quattro o cinque lampioni a petrolio, accesi puntualmente, dalla costanza sbarazzina di Aquilino Catroppa prima e successivamente da Vescio Giuseppe chiamato da tutti “Peppe e Ngegnu”. Chi tra gli anziani, non ricorda le nobili figure dei Galantuomini D. Agostino e D. Filippo Andreaggi? Essi fanno parte ormai della Storia paesana, come fanno parte della storia paesana le figure di altri Pianopoletani insigni, onesti, caratteristici, quali il Prof. Donato, D. Gaetano Torcia, il Segretario Barberio, D. Nicola Scalise, il prof. Casale, Antonio Cimino, D. Ciccio Cimino col sigaro sempre sbuffante, gli amici inseparabili “Ntoni e Pomu e zu Angelo Esposito”, D. Marcello Pugliese, il sempre allegro Giovanni Catroppa, il Cav. D. Vincenzo Stella amministratore saggio. D. Gregorio Chirico ed altri ancora, che conservano ormai e riposano nel seno stellato dell’Eternità assieme ai giovanissimi prof. Mario Caporale e prof. Dott. Pino Catania, furono valorosi e dinamici, di un nuovo stile e di una nuova vita amministrativa.

E siamo arrivati puntuali alla Pianopoli di oggi, elegante e moderna, pulita e bene illuminata, con la sua politica nuova, che ha dato vita al Villaggio Unra-Casas, al nuovo edificio Scolastico, all’Asilo ed alla Scuola Materna, alla Cooperativa agrumaria, al Servizio Pubblico per la nettezza e l’igiene, al Consorzio fra gli utenti delle strade di campagna; alla Pianopoli che ho visto anche tante schiere di giovani entusiasti e qualificati, partite malinconici, in Svizzera, in Francia, in Germania, a Genova, a Milano, a Roma, negli Stati Uniti, nell’Australia, nel Brasile, nel Canadà, dove offrono con i loro sacrifici, il contributo prezioso della loro tenacia e della loro intelligenza; alla Pianopoli che custodisce gelosamente nel suo seno le nuove leve di belle ragazze e di giovanissimi, che guardano con ansia al futuro e sognano un avvenire migliore. Sono ragazze pensose e giovani ardenti che anelano ad un clima di affetuosi e più frequenti contatti con i paesani emigrati; che crescono nell’ambiente dove nuova Italia democratica e progressista; che credono, sotto il vigile occhio della Madonna Addolorata, nelle loro capacità, in un destino più sereno, in un futuro fatto di emancipazione e di lavoro e soprattutto in una organica politica della Gioventù, al centro di una società pacifica ed avanzata. Ma ho parlato a lungo…. E mi affretto a concludere, porgendo il più caro Addio ed il saluto caloroso e palpitante di noi, a voi tutti che ci leggete… e da lontano pensate sempre alla bella Pianopoli.

Ins. Maria Esposito

Pianopoli e le sue Origini -La voce di Pianopoli 1963


 La Voce di Pianopoli 1963

Pianopoli e le sue Origini -

(English translation below)

by:Francesco Barberio (1929-1999)

Poco più di tre secoli e mezzo fa, dove oggi sorge Pianopoli non esisteva una casa degna di tale nome, Tutto era libera campagna, con qualche pagliaio o tutt’all più qualche baracchetta di legno che serviva ai contadini dell’epoca pe posarvi gli attrezzi di lavoro, e la chiesetta di S. Croce. Un terreno piuttosto pianeggiante ricco di culture arboricole tra le quali primeggiava così come oggi, l’ulivo, che era denominato “Coltura” o Cutura.

In massima parte la “Coltura” apparteneva all nobile famiglia dei Principi d’Aquino, tranne alcuni appezzamenti che appartenevano all Chiesa e ad altri piccoli proprietari.

A Nordo della “Cutura”, oltre il torrentello “Scundo” arroccato su di un colle quasi a guardia delle terre circostanti sorgeva un antica castello intorno al quale si era sviluppato un fiorente centro abitato: Feroleto _Antico. La vita si svolgeva con una certa serenità perchè la fertilità del terreno e l’operosità degli abitanti apportava al paese notevoli benefici. La tranquillità di quella contrada fu però turbata da un susseguirsi di scosse telluriche che tra il 1625 e il 1638 sconvolsero l’intera zona ed arrecarono al paese notevoli danni. Nel marzo del 1638 si verificò la scossa più violenta di tutta la serie; oltre alla maggior parte delle case, rimasero semidistrutte la Chiesa di S. Maria Maggiore, quella dello Spirito Santo e di S. Nicola. Tra le macerie furono rinvenuti i corpi di oltre settanta persone tra donne e bambini (gli uomini erano al lavoro nei campi), mentre tra le rovine di S. Maria Maggiore perdettero la vita il Sac. Don Giovanni Battista Gallella e il Chierico Don Nicola Barberio.

In preda al terremoto, i superstiti cominciarono ad abbandonare le loro case per rifugiarsi in aperta campagna.

Fu così che, avendo notato come la chiesa di S. Croce, messo generosamente a disposizione dal proprietario Don Giovanni Pietro Fanosa, Decano della cattedrale di Nicastro, sorsero così le prime baracche in legno.

Nella zona si trasferirono per primi Don Pietro Nanci, Tommaso Molinella, Don Nicola di Arena e Gian Paolo Cardamone, oltre ad un notevole numero di “massari”.

Non tutti i profughi furono però dello stesso avviso; alcuni preferirono trasferirsi in località “Pacilita”, nei pressi cioè del’attuale cimitero di Feroleto Antico, altri in località “Grecia” sul piano di Capuano (presso l’attuale S. Filippo).

Il motivo principale di tali scelte era da ricercarsi nel fatto che ogni gruppo possedeva dei terreni proprio nelle adiacenze dei luoghi prescelti.

Anzi, per avvalorare la propria tesi e per rendere più consistenti le premesse per la nascita del nuovo centro abitato, uno dei gruppi pensò bene di portare nella propria località le campane della diroccata chiese di S. Maria Maggiore. Ciò allo scopo, evidentemente, di iniziare la costruzione di una Chiesa intorno alla quale sarebbero poi certamente sorte le case. Così l’Arciprete don Giovanni Battista Giulio Fagà, il sindaco dei Nobili Gian Domenico Spatafora ed altri, presero due campane e le portarono nella “Pacilita”.

Tale trasferimento però non garbò a quelli della “Cutura”; questi, con a capo Don Nicola di Arena e Don Desiderio Pellegrino curato di S. Nicola, non solo si opposero al trasporto nella “Pacilita” della campana grande ma, visto che l’arciprete e il sindaco Spatafora continuavano ad asportare gli arredi della Chiesa, per evitare che il malcontento che già incominciava a serpeggiare tra la gente sfociasse in un tumulto, chiesero l’intervento dell’amico Principe d’Aquino. Questi mandò sul posto il Capitano Cesare Giulio Abbruzzese, uomo senza scrupoli e di poche parole, perché mettesse ogni cosa al suo posto. Inutilmente, perché il capitano non riuscì a combinare nulla.

Frattanto però, non essendo rimasta in piedi nella zona che la sola Chiesa di s. Croce, si stabilì che in via provvisoria questa divenisse la sede della Parrocchia, sia per svolgere le normali pratiche di culto che per avere un luogo sacro nel quale raccogliersi in preghiera e da cui far partire le processioni di penitenza.

Si crearono così i presupposti per far sorgere il nuovo abitato nei pressi della sia pur provvisoria chiesa parrocchiale. Se non chè un nuovo movimento tellurico determinò in via definitiva la nascita del nuovo centro abitato. Nel Giugno di quello stesso anno 1638 infatti, nel giorno del Corpus Domini, dalla chiesetta di S. Croce partì la processione che avrebbe dovuto raggiungere la “Pacilita” e poi Feroleto. Quando però essa giunse nei pressi del paese, si verificò una ennesima scossa di terremoto che, pur non essendo violenta come le precedenti, mise lo scompiglio tra i fedeli che si sparpagliarono per ogni dove in preda al panico.

Tale fatto persuase i più recalcitranti a voler che il nuovo paese sorgesse nei pressi della Chiesa di S. Croce.

Il tracciato delle vie principali di dice sia stato fatto da un massaro, che con il suo aratro solcò la terra a forma di Croce. Sorsero così le prime case in muratura, e col passare del tempo il paesino, a cui era stato dato il nome di Feroleto Piano, si sviluppò tanto da superare lo stesso Feroleto Antico (che lentamente ma decisamente si riprendeva dai duri colpi ricevuti dalla natura) ed ottenere l’autonomia comunale.

Nel 1783 una nuova violentissima scossa dei terremoto portò gravi rovine nella zone circostanti, risparmiando dal flagello soltanto Feroleto Piano. Si gridò al miracolo e si attribuì la salvezza alla protezione de Maria SS. Addolorata che da quel giorno divenne Padrona del Comune.

La denominazione di Feroleto Piano rimase fino all’11 aprile 1872 in quel giorno infatti venne emesso il decreto del Re Vittorio Emanuele II. che accogliendo i voti dell’Amministrazione Comunale espressi con una storica delibera del 25 maggio 1871, autorizzava il Comune ad assumere il nome di Pianopoli.

Francesco Barberio

**************************English Translation***************

The Voice of Pianopoli 1963

Pianopoli and its Origins

(Francesco Barberio 1929-1999)

A little over three and a half centuries ago, where Pianopoli stands today, there wasn't a single house worthy of the name. Everything was open countryside, with a few haystacks or, at most, a few wooden shacks used by farmers of the time to store their tools, and the small church of Santa Croce. A fairly flat land rich in tree crops, among which the olive tree, known as "Coltura" or "Cutura," still stands today, was prominent.

For the most part, the "Coltura" belonged to the noble family of the Princes of Aquino, except for a few plots that belonged to the Church and other small landowners.

North of the "Cutura", beyond the "Scundo" stream, perched on a hill as if guarding the surrounding lands, stood an ancient castle around which a thriving town had developed: Feroleto _Antico. Life there proceeded with a certain serenity because the fertility of the soil and the industriousness of the inhabitants brought notable benefits to the town. The tranquility of that area, however, was disturbed by a succession of earthquakes that between 1625 and 1638 shook the entire area and caused considerable damage to the town. In March 1638, the most violent of the entire series occurred; in addition to most of the houses, the Church of Santa Maria Maggiore, the Church of the Holy Spirit, and that of San Nicola were left half destroyed. The bodies of over seventy people, including women and children, were found among the rubble (the men were working in the fields), while among the ruins of Santa Maria Maggiore, Father Don Giovanni Battista Gallella and the cleric Don Nicola Barberio.

In the throes of the earthquake, survivors began abandoning their homes for refuge in the open countryside.

Thus, having noticed how the church of Santa Croce, generously made available by the owner Don Giovanni Pietro Fanosa, Dean of the Nicastro Cathedral, the first wooden huts were built.

The first to move to the area were Don Pietro Nanci, Tommaso Molinella, Don Nicola di Arena, and Gian Paolo Cardamone, along with a significant number of "massari."

Not all the refugees, however, shared the same opinion; some preferred to move to "Pacilita," near the present-day cemetery of Feroleto Antico, while others chose "Grecia" on the Capuano plain (near present-day San Filippo).

The main reason for these choices was that each group owned land adjacent to their chosen sites.

In fact, to support their thesis and strengthen the foundations for the new settlement, one of the groups decided to bring the bells from the ruined church of Santa Maria Maggiore to their locality. This was evidently intended to begin construction of a church around which the houses would later undoubtedly be built. Thus, Archpriest Don Giovanni Battista Giulio Fagà, Mayor Gian Domenico Spatafora, and others took two bells and brought them to the "Pacilita."

This transfer, however, did not please the "Cutura"; led by Don Nicola di Arena and Don Desiderio Pellegrino, curate of San Nicola, not only opposed the transport of the large bell to the "Pacilita" but, seeing that the archpriest and Mayor Spatafora continued to remove church furnishings, to prevent the discontent already beginning to spread among the people from erupting into a riot, they requested the intervention of their friend Prince d'Aquino. He sent Captain Cesare Giulio Abbruzzese, an unscrupulous man of few words, to put everything back in its place. To no avail, as the captain was unable to accomplish anything.

Meanwhile, however, with only the Church of Santa Croce remaining standing in the area, it was decided that this would temporarily become the seat of the parish, both for the performance of normal worship and to provide a sacred place in which to gather in prayer and from which penitential processions could depart.

Thus, the conditions were created for the new settlement to arise near the albeit temporary parish church. However, a new earthquake definitively determined the birth of the new town. In June of that same year 1638, on the day of Corpus Christi, the procession that was supposed to reach "Pacilita" and then Feroleto set out from the little church of Santa Croce. However, when the procession reached the village, yet another earthquake occurred which, although not as violent as the previous ones, threw the faithful into disarray, who scattered everywhere in panic.

This fact persuaded the most reluctant to want the new town built near the Church of Santa Croce.

The layout of the main streets is said to have been created by a farmer, who plowed the land in the shape of a cross. Thus the first brick houses were built, and over time the village, which was given the name Feroleto Piano, grew so much that it surpassed even Feroleto Antico (which was slowly but surely recovering from the harsh blows it had received) and achieved municipal autonomy.

In 1783, another violent earthquake brought serious damage to the surrounding areas, sparing only Feroleto Piano. It was hailed as a miracle, and the salvation was attributed to the protection of Our Lady of Sorrows, who from that day on became the patron saint of the municipality.

The name Feroleto Piano remained until April 11, 1872, the day a decree was issued by King Vittorio Emanuele II. which, accepting the wishes of the Municipal Administration expressed in a historic resolution of May 25, 1871, authorized the municipality to adopt the name Pianopoli.

(By: Francesco Barberio)



A FUNTANA D’A VUTTA - (Francesco Barberio dialetto Pianopoletano)

 A FUNTANA D’A VUTTA

Ammenza via ppe jire a Furulitu, quand’ancora se jia d’o pon’te Scundu c’era ‘na fonte. Mo pare ‘nu mitu! Parica parr’e cose d’atru mundu.

Cent’anni arriadi tuttu scarsiava; puru e funtane; a chille due cannella Tiresina quando jia se ricriava mu l’inchie vozze cuccumelle e lincelle.

E cc’e jia Rosa, Cuncetta ed Angilina: Ognunu avia chi dire o chi cuntare. Chista pensava sulu all cucina. Chilla parrava sempr’e maritare.

Quando u varrile sue se perinchja Tiresa, ccu l’accordu d’e cumpagne chianu chianu de banda sì ‘nde jia ccu llu cotraru ‘mmianzu alle castagne.

A scusa ‘e l’acqua era la chiù bella ppe vidire Petruzzu all’mmucciuni; u sgrusciu chi venia da funtanella ammappava de Piatru i suspiruni.

Bona fu ditta e bona fu daveru chill’acquicella d’a funtan’a vutte! Ppe d’anni e d’anni nu paise nteru si ‘nde sreviu. Pue, a strata vinne rutta pecchì u progressu nun se po’ fermare, e la viarella d’a funtan’a ch’avia sentutu tanu sospirare spar’u. Mo cìè ‘na strata bona ppe jire a ferulitu. A Scundu, a passerella nun c’è chiù; a crapa cu l’angiellu scaranu ‘mpace ‘mmianz’a l’erbicella chi cresce supr’a trempa de Gariallu.

L’acqua però, d’a vutte, un s’è perduta! Chine ‘nde vò sentire ancora a vuce e so vò fare ancora ‘na vivuta, basta mu si ‘nde ‘chiane a Santacuce.

Ma l’acqua nun’è chill’e na vota; ‘nde curre n u filillu, suncursiandu e nun ha chiù sapure: è ‘n’acqua ..ciota chi juarnu juarnu par’ca sta spirando.

U tiempu passe e vene la vecchiaia ppe d’ogni cosa ed ogne creatura. Cum’u a funtana, finisce ‘nsepurtura.

Puru muartu però lasse ‘na spina si fice bene tramente è campatu, cum’a funtana. Sinò, fuacu e china! Chista è la legge, dura, d’o criatu!