Generale
GIUSEPPE MADIA (da Pianopoli, tenente medico alla battaglia di Adua)
COME
FU FATTO PRIGIONIERO
E
COME FU LIBERATO IL TENENTE MEDICO
GIUSEPPE
MADIA
Col
piroscafo Po, nella notte dal 19 al 20 novembre scorso, arrivava a
Napoli, dopo circa 50 giorni di viaggio faticoso, il tenente medico
Giuseppe Madia, unico nostro ufficiale liberato dal Negus prima
ancora che in Addis Abeba arrivasse per trattarne della pace , il
tenente colonnello Nerazzini.
Interessanti
sono le vicende di questo prode ufficiale, che, fatto
prigioniero in
Abba Garimà sull'imbrunire del 1°Marzo, fu liberato con un curioso
stratagemma, proprio quando l'esito della missione pontifica aveva
cancellato nell'animo di tutti i prigionieri ogni speranza di
prossima liberazione.
Il
1°ottobre l'ingegnere Ilg lo chiama a sè e lo conduce al cospetto
del Negus. Questi, col mezzo dell'interprete, gli dice:
Dottore, laggiù, nella
regione del Mingiar, a tre giornate da qui, v'è un mio amico
gravemente ammalato; e tu devi andare a curarlo.
Maestà, esclama
trepidamente il dottore, tu mi dai con questo incarico argomento di
tristezza, quale non avevo ragione di temere. Qui, nella tua casa, io
sto bene. Chi mi assicura laggiù altrettanto?
Ed
il Negus, sfiorando le labbra ad un lieve, indefinibile sorriso, come
per sottolineare certe frasi:
-Il
trattamento sarà quale tu meglio possa desiderare. Il Mingiar, come
sai, e sulla via di Gibuti. Ed il messo del papa ti sarà compagno.
con lo sconforto nell'anima, piena la mente di non lieti presagì, il
tenente Madia, seguito dall'ingegnere Ilg, si allontanò dal Negus.
Disse all'ing. appena di vide solo con costui:
-
Quale fortuna, ingegnere, se, guarito il dignitario del Mingiar, io,
trovandomi sulla via di Gibuti, potessi... non tornare.... Ma lo
interruppe l'Ilg, che anzi questo si mostrò sorpreso e spiacente di
quelle parole, ed esclamò severo:
-Si
guardi, dottore, dal palesare simili speranze. Ella ne resterebbe
subito pentito. E così, dopo qualche ora, una mesta comitiva
s'allontanava dalla capitale dello Scioa. Erano monsignor
Macario, il segretario di lui, ed il dottor Madia, di cui pareva
nell'incarico ricevuto, essere celato qualche tranello. Onde
trasse il pensiero ad un lungo e paziente esame di cosciente per
trovare un peccato che spiegasse la improvvisa determinazione
sovrana.
Dopo
tre giorni di marcia, arrivati al Mingiar, monsignor Macario si
fermò, e con aria nella quale l'intima soddisfazione dell'animo
rendeva quasi dolce il tono solenne dell'annuncio inaspettato,
esclamò:
Dottore , lei non ha nessuno
da curare, nè quì nè altrove.
Dottore?.dica, presto...-
Dunque - dice- Lei tornerà
in Italia con me; e questa una lettera per llei di Sua Maestà il
Negus Neghesti che mi ordinò di fargliene la consegna appena
arrivati in questo paese dove il maggiore Nerazzini è ad aspettarci.
Il
Nerazzini, difatti, poco dopo raggiunse la comitiva, ed abbracciato
di gioia il tenente Madia, gli fece noto che doveva egli la sua
liberazione all'ingegnere Ilg, grato di averli guarito un figliuolo
da grave malattia agli occhi".
(tratto
da l'illustazione italiana del 20 dicembre 1896)
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Il
tenente Giuseppe Madia nacque a Pianopoli (Catanzaro)il 3 gennaio 1863, e fu dall'infanzia educato a Napoli. Carattere
energetico e vivace di vero calabrese, amante di vita attiva e
venturosa, visitò, appena laureato, le principali città d'Europa e
parte dell'Asia. Dopo il disastro di Amba Alagi, trovandosi a servire
sotto le armi in qualità di tenente, chiese di andare in Africa a
combattere tra le forze Italiane contro l'esercito abissino del negus
Menelik, battaglia nella quale gli italiani subirono una pesante
sconfitta. Così il 1°marzo del 1896 in Abba Garimà,
aggregato all colonna di riserva, aveva, con le funzioni di capitano,
la direzione dell'ufficio di sanità del 4°reggimento (Romeo).
Le
notizie che lo riguardano
Riferirono
i compagni d'arme, e specialmente il ten.col. Violante cheil Madia
attese tutto il giorno al suo dovere, con mirabile energia,
soccorrendo i feriti sulla stessa linea di fuoco dove cadevano. Onde
il suo nome veniva proposto a ricompensa al valor militare.Verso
Sera, quando il reggimento era quasi distrutto egli,superstite, con
un capitano di fanteria, e qualche soldato, si avviò attraverso un
sentiero che costeggiava il monte. Si udì dall'alto uno scoppio
simultaneo di fucilate, e, quale orribile spettacolo! Il capitano e
il suo mulo salta giù, entrambi con le gambe in aria, e spariscono
come inghiottiti nella voragine. Il nemico era alle spalle, protetto
dagli alberi dai macigni, ed il Madia, a cavallo anche lui ad un
muletto, aspettava il suo destino, cercando di renderlo meno duro col
chinarsi a destra, al fine di evitare l'orribile sbalzo nello
spaventoso burrone. E fun ben tosto preso di mira. una palla profondò
lo zaino ad un
soldato, che, stanco, si teneva con un braccio appoggiato al collo
del mulo, un altra palla fer l'animale proprio al collo, una terza
attraversò, nella regione temporale, il capo a quel povero soldato,
che stramazzò per terra. Ed alla fine, a bruciapelo, si spara contro
il tenente Madia, che, aggredito si butta giù dal mulo sparando, a
sua volta, con la rivoltella. Ma tre abissini l'hanno già stretto,
mentre un quarto miratogli con la lancia al petto lo colpisce
al braccio sinistro. Dopo cinque ore di cammino il Madia, già
sfinito dalla stanchezza e straziato dalla fame dalla sete, giunse a
un tukul, dove gli abissini, in segno di festa, sparano le armi.
Lungo il cammino s'era incontrato col tenente Sironi, anch'egli
prigioniero di un altro gruppo di nemici. Sironi si lamentò di
una distorsione al piede la quale gl'impediva di proseguire; ma un
soldato abissino, senza molto scomporsi, puntandogli la bocca del
fucile all'occipite, fece partire un colpo; ed il povero Sironi
stramazzò, fulminato, da un altro ufficiale, e s'udivano di lui gli
ultimi rantoli di morte. Il Madia fece atto di volerlo
soccorrere ma con un colpo di scudo gli fu contusa la faccia e
spezzato il labbro superiore. Gli abissini avvicinarono così
il morente, dopo averlo spogliato, lo evirarono selvaggiamente
facendo dell'oggetto triste trofeo alla punta di una lancia che fino
allora era rimasta priva. Erano le 10 di sera, e il Madia, nel
tukul, anch'egli denudato ed implorante, di ricevere un sorso
d'acqua, si era buttato sopra una pietra, e pensava che i suoi cari
non avrebbero mai, forse, saputo le sue sofferenze prima della morte
alla quale egli era preparato. Tutto era silenzio quivi
intorno, dove il fioco rantolo di mille moribondi si confondeva col
lieve scroscio dell'acqua che già cominciava a cadere. Quando
' ecco, poco lontano, echeggia l'aria al suono inebriante, dal
vessillo tricolore. L'ufficiale tenta la fuga per morire fra i
suoi compagni; ma son lì presso il tukul, i nemici lo sorvegliano ed
egli ricade al suolo, stremato dal dolore. Sul tardi lo
avvicina, col lume in mano, una giovane indigena. Ella lo guarda con
pietosa tenerezza e passandogli lievemente una mano sulle braccia e
sulle spalle, va ripetendo delle parole che l'altro non comprende, ma
che'gli a sua volta ripete rifacendo le carezze sulle braccia e sulle
spalle di lei. Pareva una scena d'amore, protetta dalla
solitudine che in quel momento regnava nel tukul. Il Madia ne trasse
subito partito, e fece segno di voler un pò d'acqua; si sentiva arso
lo stomaco, ed il respiro era diventato affannoso. La donna gli
offri acqua e baguette, al che il Madia, intenerito a sua volta
dall'atto pietoso, si tolse un anello sfuggito alla cupidigia dei
nemici e l'offri alla donna; ma questa ricusò, rimettendoglielo al
dito. L'indomani, assai per tempo, il tenente Madia, con sole
scarpe e mutande, fu fatto avviare pel campo del Negus. E fu allora
che potette, nel non breve cammino, osservare la strage del giorno
innanzi in tutta la sua muta e spaventosa eloquenza. I campi
erano seminati di cadaveri pressochè tutti nudi, molti evirati.
In alcun punti la lotta immane pareva compiuta corpo a corpo, giacchè
di bianchi e di neri i cadaveri erano ammonticchiati. Il Negus,
presso la cui tenda erano schierati molti altri prigionieri, si
mostrò assai cortese con medici, che tenne presso di sè ma nella
marcia per molti giorni il tenente Madia, pur avendo il suo mulo,
viaggiò senza camicia. Un bel giorno s'incrociò il suo
sguardo con quello di un abissino. Si riconobbero e l'abissino
mostrandogli un braccio ferito si buttò ai piedi del tenente Madia.
Ti curerò il braccio, -gli fece intendere costui- ma dammi subito la
mia camicia e tutto quello di cui mi depredasti. Si
allontanarono subito dal vicino mercato, ed il Madia ritrovò quivi
la sua camicia e la valigia. Fu una gioia assai viva.
Dalla valigia mancavano bensì molti effetti danaro; ma, oltre un
rotolo con otto lire di bronzo, ritrovò le sue carte, fra cui,
ricordo assai bello e commovente, il taccuino insanguinato, dove,
nella terribile giornata, aveva egli avuto la calma di segnare le
varie fasi della battaglia, i nomi di molti ufficiali feriti con
brevi cenni delle varie lesioni, e tutti gli altri episodi di rilievo
che si erano svolti presso di lui, come quello passaggio del generale
Barattieri inseguito dai nemici, della morte del colonnello Romero,
del comando riassunto dal tenente colonnello Violante appena ebbe
fasciato la ferita al braccio.
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L'inaugurazione del Monumento ai suoi
Caduti, venne eseguita solennemente il 23 settembre 1934,
Era presente anche il Generale medico
Madia, un vecchio ufficiale di origine Pianopoletana, reduce dalle
guerre d'Africa sul cui petto brillavano quattro medaglie d'argento
al valore.
In questa visita che l'autorità di
Pianopoli volevano intestare a lui la strada dove'ra nato, lui disse
ai paesani; intitolatela al mio Maggiore Toselli perchè io sono
tornato vivo dall'Africa dove il maggiore Toselli e morto sull'Amb
Alagi così fu chiamata via maggiore PietroToselli, lui era un
maggiore Piemontese
La nobile figura
del Generale Medico Madia
ITALIANI DI ALTRI
TEMPI
La mamma al figlio che partì per la guerra d'Africa:
"Va lieto e sappi, come scrivi, essere medico e soldato valoroso. Forza di mente e di cuore non ti mancano,
amor patrio nemmeno, sarà dunque teco anche Dio e il pensiero di tua
madre".
Siamo veramente innamorati della storia ! Pertanto siamo
grati all'amico di sempre Dott. Salvatore Laudicina, non solo per averci
ricordato un vecchio maestro del giornalismo casertao Silvio Torre, ma, per
averci parlato di cuore e la mente di suo nonno Gen. Medico Giuseppe Madia,
Casertano di adozione. Tutte queste note
per non dimenticare, perchè chi dimentica il passato non può guardare al
futuro!!
Riportiamo così integralmente il suo ricordo.
Sono decorsi circa cinquanta anni dal 3 marzo 1959, da
quando cioè Silvio Torre, indimenticato maestro di giornalismo, aprì la prima
pagina quindicinale "Giornale di Caserta", da lui diretto, con un
articolo, titolato a caratteri cubitali: " 1° MARZO 1896 :ADUA- LA NOBILE
FIGURA DI SOLDATO E DI MEDICO DEL GEN. MADIA. Italiani di altri tempi".
Non sembra superfluo e fuori luogo, oggi, a distanza di tanto tempo, ripropone
il ricordo e l'esempio di un italiano che ha costellato tutta la sua vita di
impegno, sacrificio, tenacia, amore per il prossimo sofferente non soltanto in
guerra, per lo studio, la famiglia e la Patria e per le sue istituzioni. A fronte di tanta pattumaglia e di tanti
squallidi gossip, portare a conoscenza delle giovani generazioni immagini che
hanno fatto inorgoglire a sentire grandi milioni di gente, sembra una azione di
riedificazione storica ed una iniezione di fiducia e di speranza, di stimolo a
raccogliere l'essenza dei caratteri della peculiarità per riproporli in veste
moderna, attuale.
Orbene è preliminare ad ogni considerazione delineare la
figura del maggiore generale Giuseppe Madia e spiegare perchè la stampa
casertana a lui, nato il 3 gennaio 1863 a Pianopoli piccolo centro catanzarese,
trapiantatosi, dopo aver conclusi gli studi liceali, a Napoli per iscriversi
alla Facoltà di medicina e chirurgia della locale università.
Durante il periodo di studi universitari, giovane dignitoso
e serio, al fine di non gravare sul bilancio familiare, già particolarmente
impegnato dalle pese per gli studi a Napoli, si arruolò nell'esercito col grado
di sottotenente medico effettivo al Corpo sanitario militare.
Il 7 maggio 1882 coronò con il matrimonio il sogno d'amore
con la leggiadra figlia dell'ing. Francesco Formisano di Portici.
Aggregato al 12° rgt di stanza a Capua, nel 1884 prese casa
in questa cittadina casertana, dalla quale programmava e pianificava tutti gli
interventi e insediamenti militari e sanitari anche nell'alto casertano ed in
particolare a Roccamonfina.
Tuttavia il ricordo
di questa permanenza gli cagionava profondo dolore perchè collegato con il
decesso del figlio Guido all'età i due anni.
Nel corso di un riuscitissimo matrimonio nacquero altri cinque
figli, alcuni dei quali divenuti adulti, con le proprie famiglie si
trasferirono nella città di Caserta. Gli ultimi discendenti viventi nella
nostra città soni i fratelli Laudicina.
Senza nulla togliere all'intesa ed eroica attività di medico
e di militare dispiegata nella guerra italo- turca 1911-1912, nella guerra
1914-1918, detta della "Vittoria". la campagna d'Abissinia e gli
episodi piu' luminosi di questo Italiano
ebbero senz'altro un altissimo rilievo rappresentato ampiamente e diffusamente
da tutta la stampa dell'epoca ed in particolare dall'Illustrazione Italiana del
20 dicembre 1996.
Non può essere sottaciuto e per lo spirito spartano di donna
pregna di austerità e di nobilissimi sentimenti il tenerissimo telegramma che
il tenente medico Madia ricevette all'atto dell'imbarco sul piroscafo PO dalla
mamma: Va lieto e sappi, come scrivi, essere medico e soltanto valoroso. Forza di mente e di cuore non ti mancano,
sara' dunque teco anche Dio e il pensiero di tua madre".
Di altrettanto spessore umano e professionale fu l'impegno
organizzativo igienico sanitario che il Maggiore medico Madia con la
collaborazione d l'assistenza di altri ufficiali medici pose in essere dal 16
ottobre 1911 per individuare e debellare i focolai di colera che mieteva
numerosissime vittime indigene ma anche soldati italiani in Libia. per questo fu decorato Dell'o dine militare
di Savoia. Uomo semplicissimo, ma
modesto, nobile, burbero seppur cortese, seppe distinguersi in pace e in guerra
ottenendo benemerenze e decorazione che cercava di raggruppare al fine di non
creare imbarazzo ai colleghi, particolarmente in cerimonie ufficiali e
ricevimenti. Affermava simpaticamente
che la feluca per lui pesava come un elmo.
Il dovere di cronaca imporrebbe di elencare le più importanti onorificenze
ricevute dal Gen, Madia, ma l'elenco sarebbe lungo e non rispondente ai meriti
del medico e dell'uomo.
Le accoglienze ricevute al rientro a Napoli da Gibuti,
l'udienza a Roma dal Presidente del Consiglio on. De Rudinì del 23.11.1896, il
riabbracciare i propri cari valsero a lenire le sofferenze fisiche (sopratutto
una ferita all'occhio) consentendogli di recuperare in breve tempo le energie e
la volontà di riprendere il proprio lavoro e la "missione". Nei ritagli di tempo, non dimenticava mai di
tornare, sia pure per brevissimo tempo, alla sua Pianopoli mettendo a
disposizione di tutti e gratuitamente la sua professione di medico, tanto da
valergli il dono di una statua in bronzo del Dio-Mercurio, opera dello scultore
Giambologna (Jan Boulogne), offerta con targa in ottone con la dicitura "Al Maggiore Medico Giuseppe Madia-eroe
di adua-gli italiani d'America".
Moltissimi napoletani fino a pochi decenni or sono lo
ricordavano non soltanto per aver debellato in poco tempo la peste bubbonica a
Napoli nel 1921, ma sopratutto per la
disponibilità a prestare la propria opera in qualsiesi momento e senza alcun
interesse.