Sunday, March 01, 2026

LA RICOTTA

Non è certo della buona e fumante ricotta che vi voglio parlare, ma di una che, di quella vera, ha solo la forma.

E' la "ricotta " di pietra, che si trovava accostata al muro del palazzo che apparteneva alla antica famiglia Andreaggi.

La pietra si trovava prima conficcata mediamente l'estremità più robusta e grezza nel terreno, tra la strada e il marciapiede, in coppia con una uguale e fungeva da elemento decorativo al prospetto del palazzo.

  Le due colonne furono rimosse nell'ottobre del 1948, quando furono realizzati ai lati della strada, i marciapiedi di cemento.

  Da allora una delle due è sempre stata davanti all'antica costruzione, fino a quando, un caldo pomeriggio dell'estate 1971 la colonna,  legata a delle robustissime catene, veniva trascinata da un trattore nel cortile più interno del palazzo, lasciando vuoto quel posto che aveva occupato per tanto tempo.

   I passanti quella sera si accorsero che mancava qualcosa, sopratutto i giovani, che avevano perso il punto di riferimento per le loro riunioni.

   Subito domandarono, chiesero, fecero di tutto perchè "la ricotta" ritornasse dov'era:  sembrava materialmente impossibile ma i ragazzi non si scoraggiarono e fecero rotolare di nuovo la pesante pietra dal cortile fino al marciapiede.

   Anche (spesso) adesso mi è capitato di vedere dei giovani passeggiare tranquillamente sul corso Roma e poi tutt'a un tratto fare a gara  per conquistarsi un posto a sedere.

   A dire il vero questo improvvisato sedile non è che sia stato comodo; infatti sebbene il tempo l'abbia reso levigato e lucido, è e rimarrà sempre una pietra.

   Nonostante tutto però questa è sempre occupata, perchè la sua posizione permette, a chi vi si siede, di avere un'ampia visione lungo tutta la strada principale di Pianopoli, e diciamolo pure, di osservare e pettegolare su ogni persona o cosa che da lì si scorge.

   Infatti, in un'ora di relax per i pianopoletani questo è forse uno dei pochi diversivi che il paese può offrire.

   Questa antica pietra, me la ricordo da sempre così come è oggi; ho visto viandanti farne tavolo e sedia per mangiare, giovani improvvisarne uno ripiano per giocare a carte e fidanzatini una romantica panchina; ho visto inoltre ragazzi farne  luogo di riunione e vecchi e giovani seduti a parlare.

   Chissà quanti discorsi sono stati fatti di quanti litigi è stata testimone!

   Le chiacchiere, le battute, le serenate, tutte le ha sentite <la Ricotta>, la quale  non è che una pietra, che non potrà mai raccontare a nessuno i discorsi, le speranze, le risate della gente che e passata di lì.

 By: Mariuccia Chirico

fonte: La Voce di Pianopoli "75

Agosto 1975 - numero unico -pagina n.6

*****************Foto della Ricotta  di Joe Fagà***************









Pianopoli e le sue Origini -La voce di Pianopoli 1963

 La Voce di Pianopoli 1963

Pianopoli e le sue Origini

Poco più di tre secoli e mezzo fa, dove oggi sorge Pianopoli non esisteva una casa degna di tale nome, Tutto era libera campagna, con qualche pagliaio o tutt’all più qualche baracchetta di legno che serviva ai contadini dell’epoca pe posarvi gli attrezzi di lavoro, e la chiesetta di S. Croce.

Un terreno piuttosto pianeggiante ricco di culture arboricole tra le quali primeggiava così come oggi, l’ulivo, che era denominato “Coltura” o Cutura.

In massima parte la “Coltura” apparteneva all nobile famiglia dei Principi d’Aquino, tranne alcuni appezzamenti che appartenevano all Chiesa e ad altri piccoli proprietari.

A Nordo della “Cutura”, oltre il torrentello “Scundo” arroccato su di un colle quasi a guardia delle terre circostanti sorgeva un antica castello intorno al quale si era sviluppato un fiorente centro abitato: Feroleto _Antico. La vita si svolgeva con una certa serenità perchè la fertilità del terreno e l’operosità degli abitanti apportava al paese notevoli benefici. La tranquillità di quella contrada fu però turbata da un susseguirsi di scosse telluriche che tra il 1625 e il 1638 sconvolsero l’intera zona ed arrecarono al paese notevoli danni. Nel marzo del 1638 si verificò la scossa più violenta di tutta la serie; oltre alla maggior parte delle case, rimasero semidistrutte la Chiesa di S. Maria Maggiore, quella dello Spirito Santo e di S. Nicola. Tra le macerie furono rinvenuti i corpi di oltre settanta persone tra donne e bambini (gli uomini erano al lavoro nei campi), mentre tra le rovine di S. Maria Maggiore perdettero la vita il Sac. Don Giovanni Battista Gallella e il Chierico Don Nicola Barberio.

In preda al terremoto, i superstiti cominciarono ad abbandonare le loro case per rifugiarsi in aperta campagna.

Fu così che, avendo notato come la chiesa di S. Croce, messo generosamente a disposizione dal proprietario Don Giovanni Pietro Fanosa, Decano della cattedrale di Nicastro, sorsero così le prime baracche in legno.

Nella zona si trasferirono per primi Don Pietro Nanci, Tommaso Molinella, Don Nicola di Arena e Gian Paolo Cardamone, oltre ad un notevole numero di “massari”.

Non tutti i profughi furono però dello stesso avviso; alcuni preferirono trasferirsi in località “Pacilita”, nei pressi cioè del’attuale cimitero di Feroleto Antico, altri in località “Grecia” sul piano di Capuano (presso l’attuale S. Filippo).

Il motivo principale di tali scelte era da ricercarsi nel fatto che ogni gruppo possedeva dei terreni proprio nelle adiacenze dei luoghi prescelti.

Anzi, per avvalorare la propria tesi e per rendere più consistenti le premesse per la nascita del nuovo centro abitato, uno dei gruppi pensò bene di portare nella propria località le campane della diroccata chiese di S. Maria Maggiore. Ciò allo scopo, evidentemente, di iniziare la costruzione di una Chiesa intorno alla quale sarebbero poi certamente sorte le case. Così l’Arciprete don Giovanni Battista Giulio Fagà, il sindaco dei Nobili Gian Domenico Spatafora ed altri, presero due campane e le portarono nella “Pacilita”.

Tale trasferimento però non garbò a quelli della “Cutura”; questi, con a capo Don Nicola di Arena e Don Desiderio Pellegrino curato di S. Nicola, non solo si opposero al trasporto nella “Pacilita” della campana grande ma, visto che l’arciprete e il sindaco Spatafora continuavano ad asportare gli arredi della Chiesa, per evitare che il malcontento che già incominciava a serpeggiare tra la gente sfociasse in un tumulto, chiesero l’intervento dell’amico Principe d’Aquino. Questi mandò sul posto il Capitano Cesare Giulio Abbruzzese, uomo senza scrupoli e di poche parole, perché mettesse ogni cosa al suo posto. Inutilmente, perché il capitano non riuscì a combinare nulla.

Frattanto però, non essendo rimasta in piedi nella zona che la sola Chiesa di s. Croce, si stabilì che in via provvisoria questa divenisse la sede della Parrocchia, sia per svolgere le normali pratiche di culto che per avere un luogo sacro nel quale raccogliersi in preghiera e da cui far partire le processioni di penitenza.

Si crearono così i presupposti per far sorgere il nuovo abitato nei pressi della sia pur provvisoria chiesa parrocchiale. Se non chè un nuovo movimento tellurico determinò in via definitiva la nascita del nuovo centro abitato. Nel Giugno di quello stesso anno 1638 infatti, nel giorno del Corpus Domini, dalla chiesetta di S. Croce partì la processione che avrebbe dovuto raggiungere la “Pacilita” e poi Feroleto. Quando però essa giunse nei pressi del paese, si verificò una ennesima scossa di terremoto che, pur non essendo violenta come le precedenti, mise lo scompiglio tra i fedeli che si sparpagliarono per ogni dove in preda al panico.

Tale fatto persuase i più recalcitranti a voler che il nuovo paese sorgesse nei pressi della Chiesa di S. Croce.

Il tracciato delle vie principali di dice sia stato fatto da un massaro, che con il suo aratro solcò la terra a forma di Croce. Sorsero così le prime case in muratura, e col passare del tempo il paesino, a cui era stato dato il nome di Feroleto Piano, si sviluppò tanto da superare lo stesso Feroleto Antico (che lentamente ma decisamente si riprendeva dai duri colpi ricevuti dalla natura) ed ottenere l’autonomia comunale.

Nel 1783 una nuova violentissima scossa dei terremoto portò gravi rovine nella zone circostanti, risparmiando dal flagello soltanto Feroleto Piano. Si gridò al miracolo e si attribuì la salvezza alla protezione de Maria SS. Addolorata che da quel giorno divenne Padrona del Comune.

La denominazione di Feroleto Piano rimase fino all’11 aprile 1872 in quel giorno infatti venne emesso il decreto del Re Vittorio Emanuele II. che accogliendo i voti dell’Amministrazione Comunale espressi con una storica delibera del 25 maggio 1871, autorizzava il Comune ad assumere il nome di Pianopoli.

Francesco Barberio


Pianopoli nella realtà e nei ricordi

<<E via! Facciamo un articoletto su Pianopoli …, che sia interessante…, voi avete tanta pazienza Signorina…, debbono leggerlo anche gli emigranti!>>


Così mi apostrofa per una, due, tre volte consecutive l’amico degli emigranti, colui che tiene i contatti con loro, che scrive e risponde, che li informa sulle novità, sul bello e sul brutto che viene nel nostro paese. Mi riferisco a D. Angelo Chirico, a questo simpatico e caratteristico personaggio Pianopoletano, anello di congiunzione tra il passato e il presente, tra la vecchia e la nuova generazione, a cavallo tra un’epoca palpitante di tradizioni ed una società che si rinnova dalle fondamenta; che si trova così bene a suo agio tra gli anziani ed in mezzo a noi, che rappresentiamo le classi giovani. E’ così ho pensato in modo interessante a Pianopoli: al paese che si perde nella leggenda, a quello di pochi anni fa, alla cittadina di oggi.

La Pianopoli della leggenda, costruita nel 1600, dagli abitanti della antichissima Feroleto, colpiti da terremoto e salvati dalla protezione della Madonna Addolorata. Ho pensato alla Pianopoli governata dai Priori in un lungo peridio che so prolunga sino all’avvento del fascismo, un periodo nel quale trionfano con tutte le loro coreografie e i loro regolamenti, due grossi aggregati comunitari: la Confraternita dell’Addolorata, ora scomparsa, e la società agricola operaia che ancora esiste. Considero con nostalgica attenzione, la Pianopoli di parecchi anni fa, quella di cui tanto mi parlava la zia Marianna Sacco…. E mi sofferma a meditare con piacere sulla vita ed i costumi di un Paese romantico, ricco di spiritualità, assorbito il giorno della attrazioni georgiche della campagna ed illuminato a sera, dai quattro o cinque lampioni a petrolio, accesi puntualmente, dalla costanza sbarazzina di Aquilino Catroppa prima e successivamente da Vescio Giuseppe chiamato da tutti “Peppe e Ngegnu”. Chi tra gli anziani, non ricorda le nobili figure dei Galantuomini D. Agostino e D. Filippo Andreaggi? Essi fanno parte ormai della Storia paesana, come fanno parte della storia paesana le figure di altri Pianopoletani insigni, onesti, caratteristici, quali il Prof. Donato, D. Gaetano Torcia, il Segretario Barberio, D. Nicola Scalise, il prof. Casale, Antonio Cimino, D. Ciccio Cimino col sigaro sempre sbuffante, gli amici inseparabili “Ntoni e Pomu e zu Angelo Esposito”, D. Marcello Pugliese, il sempre allegro Giovanni Catroppa, il Cav. D. Vincenzo Stella amministratore saggio. D. Gregorio Chirico ed altri ancora, che conservano ormai e riposano nel seno stellato dell’Eternità assieme ai giovanissimi prof. Mario Caporale e prof. Dott. Pino Catania, furono valorosi e dinamici, di un nuovo stile e di una nuova vita amministrativa.

E siamo arrivati puntuali alla Pianopoli di oggi, elegante e moderna, pulita e bene illuminata, con la sua politica nuova, che ha dato vita al Villaggio Unra-Casas, al nuovo edificio Scolastico, all’Asilo ed alla Scuola Materna, alla Cooperativa agrumaria, al Servizio Pubblico per la nettezza e l’igiene, al Consorzio fra gli utenti delle strade di campagna; alla Pianopoli che ho visto anche tante schiere di giovani entusiasti e qualificati, partite malinconici, in Svizzera, in Francia, in Germania, a Genova, a Milano, a Roma, negli Stati Uniti, nell’Australia, nel Brasile, nel Canadà, dove offrono con i loro sacrifici, il contributo prezioso della loro tenacia e della loro intelligenza; alla Pianopoli che custodisce gelosamente nel suo seno le nuove leve di belle ragazze e di giovanissimi, che guardano con ansia al futuro e sognano un avvenire migliore. Sono ragazze pensose e giovani ardenti che anelano ad un clima di affetuosi e più frequenti contatti con i paesani emigrati; che crescono nell’ambiente dove nuova Italia democratica e progressista; che credono, sotto il vigile occhio della Madonna Addolorata, nelle loro capacità, in un destino più sereno, in un futuro fatto di emancipazione e di lavoro e soprattutto in una organica politica della Gioventù, al centro di una società pacifica ed avanzata. Ma ho parlato a lungo…. E mi affretto a concludere, porgendo il più caro Addio ed il saluto caloroso e palpitante di noi, a voi tutti che ci leggete… e da lontano pensate sempre alla bella Pianopoli.

Ins. Maria Esposito

A FUNTANA D’A VUTTA - (Francesco Barberio dialetto Pianopoletano)

 A FUNTANA D’A VUTTA

Ammenza via ppe jire a Furulitu, quand’ancora se jia d’o pon’te Scundu c’era ‘na fonte. Mo pare ‘nu mitu! Parica parr’e cose d’atru mundu.

Cent’anni arriadi tuttu scarsiava; puru e funtane; a chille due cannella Tiresina quando jia se ricriava mu l’inchie vozze cuccumelle e lincelle.

E cc’e jia Rosa, Cuncetta ed Angilina: Ognunu avia chi dire o chi cuntare. Chista pensava sulu all cucina. Chilla parrava sempr’e maritare.

Quando u varrile sue se perinchja Tiresa, ccu l’accordu d’e cumpagne chianu chianu de banda sì ‘nde jia ccu llu cotraru ‘mmianzu alle castagne.

A scusa ‘e l’acqua era la chiù bella ppe vidire Petruzzu all’mmucciuni; u sgrusciu chi venia da funtanella ammappava de Piatru i suspiruni.

Bona fu ditta e bona fu daveru chill’acquicella d’a funtan’a vutte! Ppe d’anni e d’anni nu paise nteru si ‘nde sreviu. Pue, a strata vinne rutta pecchì u progressu nun se po’ fermare, e la viarella d’a funtan’a ch’avia sentutu tanu sospirare spar’u. Mo cìè ‘na strata bona ppe jire a ferulitu. A Scundu, a passerella nun c’è chiù; a crapa cu l’angiellu scaranu ‘mpace ‘mmianz’a l’erbicella chi cresce supr’a trempa de Gariallu.

L’acqua però, d’a vutte, un s’è perduta! Chine ‘nde vò sentire ancora a vuce e so vò fare ancora ‘na vivuta, basta mu si ‘nde ‘chiane a Santacuce.

Ma l’acqua nun’è chill’e na vota; ‘nde curre n u filillu, suncursiandu e nun ha chiù sapure: è ‘n’acqua ..ciota chi juarnu juarnu par’ca sta spirando.

U tiempu passe e vene la vecchiaia ppe d’ogni cosa ed ogne creatura. Cum’u a funtana, finisce ‘nsepurtura.

Puru muartu però lasse ‘na spina si fice bene tramente è campatu, cum’a funtana. Sinò, fuacu e china! Chista è la legge, dura, d’o criatu!








Sunday, February 22, 2026

Pianopoli 1975 -La RICOTTA

LA RICOTTA

Non è certo della buona e fumante ricotta che vi voglio parlare, ma di una che, di quella vera, ha solo la forma.

E' la "ricotta " di pietra, che si trovava accostata al muro del palazzo che apparteneva alla antica famiglia Andreaggi.

La pietra si trovava prima conficcata mediamente l'estremità più robusta e grezza nel terreno, tra la strada e il marciapiede, in coppia con una uguale e fungeva da elemento decorativo al prospetto del palazzo.

  Le due colonne furono rimosse nell'ottobre del 1948, quando furono realizzati ai lati della strada, i marciapiedi di cemento.

  Da allora una delle due è sempre stata davanti all'antica costruzione, fino a quando, un caldo pomeriggio dell'estate 1971 la colonna,  legata a delle robustissime catene, veniva trascinata da un trattore nel cortile più interno del palazzo, lasciando vuoto quel posto che aveva occupato per tanto tempo.

   I passanti quella sera si accorsero che mancava qualcosa, sopratutto i giovani, che avevano perso il punto di riferimento per le loro riunioni.

   Subito domandarono, chiesero, fecero di tutto perchè "la ricotta" ritornasse dov'era:  sembrava materialmente impossibile ma i ragazzi non si scoraggiarono e fecero rotolare di nuovo la pesante pietra dal cortile fino al marciapiede.

   Anche (spesso) adesso mi è capitato di vedere dei giovani passeggiare tranquillamente sul corso Roma e poi tutt'a un tratto fare a gara  per conquistarsi un posto a sedere.

   A dire il vero questo improvvisato sedile non è che sia stato comodo; infatti sebbene il tempo l'abbia reso levigato e lucido, è e rimarrà sempre una pietra.

   Nonostante tutto però questa è sempre occupata, perchè la sua posizione permette, a chi vi si siede, di avere un'ampia visione lungo tutta la strada principale di Pianopoli, e diciamolo pure, di osservare e pettegolare su ogni persona o cosa che da lì si scorge.

   Infatti, in un'ora di relax per i pianopoletani questo è forse uno dei pochi diversivi che il paese può offrire.

   Questa antica pietra, me la ricordo da sempre così come è oggi; ho visto viandanti farne tavolo e sedia per mangiare, giovani improvvisarne uno ripiano per giocare a carte e fidanzatini una romantica panchina; ho visto inoltre ragazzi farne  luogo di riunione e vecchi e giovani seduti a parlare.

   Chissà quanti discorsi sono stati fatti di quanti litigi è stata testimone!

   Le chiacchiere, le battute, le serenate, tutte le ha sentite <la Ricotta>, la quale  non è che una pietra, che non potrà mai raccontare a nessuno i discorsi, le speranze, le risate della gente che e passata di lì.

 By: Mariuccia Chirico

fonte: La Voce di Pianopoli "75

Agosto 1975 - numero unico -pagina n.6

*****************Foto della Ricotta  di Joe Fagà***************

Thursday, January 08, 2026

Generale Giuseppe Madia di Pianopoli




Generale GIUSEPPE MADIA (da Pianopoli, tenente medico alla battaglia di Adua)

COME FU FATTO PRIGIONIERO

E COME FU LIBERATO IL TENENTE MEDICO

GIUSEPPE MADIA

Col piroscafo Po, nella notte dal 19 al 20 novembre scorso, arrivava a Napoli, dopo circa 50 giorni di viaggio faticoso, il tenente medico Giuseppe Madia, unico nostro ufficiale liberato dal Negus prima ancora che in Addis Abeba arrivasse per trattarne della pace , il tenente colonnello Nerazzini.

Interessanti sono le vicende di questo prode ufficiale, che, fatto prigioniero in Abba Garimà sull'imbrunire del 1°Marzo, fu liberato con un curioso stratagemma, proprio quando l'esito della missione pontifica aveva cancellato nell'animo di tutti i prigionieri ogni speranza di prossima liberazione.

Il 1°ottobre l'ingegnere Ilg lo chiama a sè e lo conduce al cospetto del Negus. Questi, col mezzo dell'interprete, gli dice:

   Dottore, laggiù, nella regione del Mingiar, a tre giornate da qui, v'è un mio amico gravemente ammalato; e tu devi andare a curarlo.

   Maestà, esclama trepidamente il dottore, tu mi dai con questo incarico argomento di tristezza, quale non avevo ragione di temere. Qui, nella tua casa, io sto bene. Chi mi assicura laggiù altrettanto?

   Ed il Negus, sfiorando le labbra ad un lieve, indefinibile sorriso, come per sottolineare certe frasi:

-Il trattamento sarà quale tu meglio possa desiderare. Il Mingiar, come sai, e sulla via di Gibuti. Ed il messo del papa ti sarà compagno. con lo sconforto nell'anima, piena la mente di non lieti presagì, il tenente Madia, seguito dall'ingegnere Ilg, si allontanò dal Negus. Disse all'ing. appena di vide solo con costui:

- Quale fortuna, ingegnere, se, guarito il dignitario del Mingiar, io, trovandomi sulla via di Gibuti, potessi... non tornare.... Ma lo interruppe l'Ilg, che anzi questo si mostrò sorpreso e spiacente di quelle parole, ed esclamò severo:

-Si guardi, dottore, dal palesare simili speranze. Ella ne resterebbe subito pentito. E così, dopo qualche ora, una mesta comitiva s'allontanava dalla capitale dello Scioa.  Erano monsignor Macario, il segretario di lui, ed il dottor Madia, di cui pareva nell'incarico ricevuto, essere celato qualche tranello.  Onde trasse il pensiero ad un lungo e paziente esame di cosciente per trovare un peccato che spiegasse la improvvisa determinazione sovrana.

Dopo tre giorni di marcia, arrivati al Mingiar, monsignor Macario si fermò, e con aria nella quale l'intima soddisfazione dell'animo rendeva quasi dolce il tono solenne dell'annuncio inaspettato, esclamò:

   Dottore , lei non ha nessuno da curare, nè quì nè altrove.

   Dottore?.dica, presto...-

   Dunque - dice- Lei tornerà in Italia con me; e questa una lettera per llei di Sua Maestà il Negus  Neghesti che mi ordinò di fargliene la consegna appena arrivati in questo paese dove il maggiore Nerazzini è ad aspettarci.

   Il Nerazzini, difatti, poco dopo raggiunse la comitiva, ed abbracciato di gioia il tenente Madia, gli fece noto che doveva egli la sua liberazione all'ingegnere Ilg, grato di averli guarito un figliuolo da grave malattia agli occhi".

(tratto da l'illustazione italiana del 20 dicembre 1896)



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Il tenente Giuseppe Madia nacque a Pianopoli (Catanzaro)il 3 gennaio 1863, e fu dall'infanzia educato a Napoli. Carattere energetico e vivace di vero calabrese, amante di vita attiva e venturosa, visitò, appena laureato, le principali città d'Europa e parte dell'Asia. Dopo il disastro di Amba Alagi, trovandosi a servire sotto le armi in qualità di tenente, chiese di andare in Africa a combattere tra le forze Italiane contro l'esercito abissino del negus Menelik, battaglia nella quale gli italiani subirono una pesante sconfitta. Così  il 1°marzo del 1896 in Abba Garimà, aggregato all colonna di riserva, aveva, con le funzioni di capitano, la direzione dell'ufficio di sanità del 4°reggimento (Romeo).

  Le notizie che lo riguardano

Riferirono i compagni d'arme, e specialmente il ten.col. Violante cheil Madia attese tutto il giorno al suo dovere, con mirabile energia, soccorrendo i feriti sulla stessa linea di fuoco dove cadevano. Onde il suo nome veniva proposto a ricompensa al valor militare.Verso Sera, quando il reggimento era quasi distrutto egli,superstite, con un capitano di fanteria, e qualche soldato, si avviò attraverso un sentiero che costeggiava il monte. Si udì dall'alto uno scoppio simultaneo di fucilate, e, quale orribile spettacolo! Il capitano e il suo mulo salta giù, entrambi con le gambe in aria, e spariscono come inghiottiti nella voragine. Il nemico era alle spalle, protetto dagli alberi dai macigni, ed il Madia, a cavallo anche lui ad un muletto, aspettava il suo destino, cercando di renderlo meno duro col chinarsi a destra, al fine di evitare l'orribile sbalzo nello spaventoso burrone. E fun ben tosto preso di mira. una palla profondò lo zaino ad un soldato, che, stanco, si teneva con un braccio appoggiato al collo del mulo, un altra palla fer l'animale proprio al collo, una terza attraversò, nella regione temporale, il capo a quel povero soldato, che stramazzò per terra. Ed alla fine, a bruciapelo, si spara contro il tenente Madia, che, aggredito si butta giù dal mulo sparando, a sua volta, con la rivoltella. Ma tre abissini l'hanno già stretto, mentre un quarto miratogli con la lancia al petto lo colpisce  al braccio sinistro.  Dopo cinque ore di cammino il Madia, già sfinito dalla stanchezza e straziato dalla fame dalla sete, giunse a un tukul, dove gli abissini, in segno di festa, sparano le armi.  Lungo il cammino s'era incontrato col tenente Sironi, anch'egli prigioniero di un altro gruppo di nemici.  Sironi si lamentò di una distorsione al piede la quale gl'impediva di proseguire; ma un soldato abissino, senza molto scomporsi, puntandogli la bocca del fucile all'occipite, fece partire un colpo; ed il povero Sironi stramazzò, fulminato, da un altro ufficiale, e s'udivano di lui gli ultimi rantoli di morte.  Il Madia fece atto di volerlo soccorrere ma con un colpo di scudo gli fu contusa la faccia e spezzato il labbro superiore.  Gli abissini avvicinarono così il morente, dopo averlo spogliato, lo evirarono selvaggiamente facendo dell'oggetto triste trofeo alla punta di una lancia che fino allora era rimasta priva.  Erano le 10 di sera, e il Madia, nel tukul, anch'egli denudato ed implorante, di ricevere un sorso d'acqua, si era buttato sopra una pietra, e pensava che i suoi cari non avrebbero mai, forse, saputo le sue sofferenze prima della morte alla quale egli era preparato.  Tutto era silenzio quivi intorno, dove il fioco rantolo di mille moribondi si confondeva col lieve scroscio dell'acqua che già cominciava a cadere.  Quando ' ecco, poco lontano, echeggia l'aria al suono inebriante, dal vessillo tricolore.  L'ufficiale tenta la fuga per morire fra i suoi compagni; ma son lì presso il tukul, i nemici lo sorvegliano ed egli ricade al suolo, stremato dal dolore.  Sul tardi lo avvicina, col lume in mano, una giovane indigena. Ella lo guarda con pietosa tenerezza e passandogli lievemente una mano sulle braccia e sulle spalle, va ripetendo delle parole che l'altro non comprende, ma che'gli a sua volta ripete rifacendo le carezze sulle braccia e sulle spalle di lei.  Pareva una scena d'amore, protetta dalla solitudine che in quel momento regnava nel tukul. Il Madia ne trasse subito partito, e fece segno di voler un pò d'acqua; si sentiva arso lo stomaco, ed il respiro era diventato affannoso.  La donna gli offri acqua e baguette, al che il Madia, intenerito a sua volta dall'atto pietoso, si tolse un anello sfuggito alla cupidigia dei nemici e l'offri alla donna; ma questa ricusò, rimettendoglielo al dito.  L'indomani, assai per tempo, il tenente Madia, con sole scarpe e mutande, fu fatto avviare pel campo del Negus. E fu allora che potette, nel non breve cammino, osservare la strage del giorno innanzi in tutta la sua muta e spaventosa eloquenza.  I campi erano seminati di cadaveri pressochè tutti nudi, molti evirati.  In alcun punti la lotta immane pareva compiuta corpo a corpo, giacchè di bianchi e di neri i cadaveri erano ammonticchiati.  Il Negus, presso la cui tenda erano schierati molti altri prigionieri, si mostrò assai cortese con medici, che tenne presso di sè ma nella marcia per molti giorni il tenente Madia, pur avendo il suo mulo, viaggiò senza camicia.  Un bel giorno s'incrociò il suo sguardo con quello di un abissino.  Si riconobbero e l'abissino mostrandogli un braccio ferito si buttò ai piedi del tenente Madia.  Ti curerò il braccio, -gli fece intendere costui- ma dammi subito la mia camicia e tutto quello di cui mi depredasti.  Si allontanarono subito dal vicino mercato, ed il Madia ritrovò quivi la sua camicia e la valigia.  Fu una gioia assai viva.  Dalla valigia mancavano bensì molti effetti danaro; ma, oltre un rotolo con otto lire di bronzo, ritrovò le sue carte, fra cui, ricordo assai bello e commovente, il taccuino insanguinato, dove, nella terribile giornata, aveva egli avuto la calma di segnare le varie fasi della battaglia, i nomi di molti ufficiali feriti con brevi cenni delle varie lesioni, e tutti gli altri episodi di rilievo che si erano svolti presso di lui, come quello passaggio del generale Barattieri inseguito dai nemici, della morte del colonnello Romero, del comando riassunto dal tenente colonnello Violante appena ebbe fasciato la ferita al braccio.

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L'inaugurazione del Monumento ai suoi Caduti, venne eseguita solennemente il 23 settembre 1934,

Era presente anche il Generale medico Madia, un vecchio ufficiale di origine Pianopoletana, reduce dalle guerre d'Africa sul cui petto brillavano quattro medaglie d'argento al valore.

In questa visita che l'autorità di Pianopoli volevano intestare a lui la strada dove'ra nato, lui disse ai paesani; intitolatela al mio Maggiore Toselli perchè io sono tornato vivo dall'Africa dove il maggiore Toselli e morto sull'Amb Alagi così fu chiamata via maggiore PietroToselli, lui era un maggiore Piemontese








La nobile figura del Generale Medico Madia

ITALIANI DI ALTRI TEMPI

La mamma al figlio che partì per la guerra d'Africa: "Va lieto e sappi, come scrivi, essere medico e soldato valoroso.  Forza di mente e di cuore non ti mancano, amor patrio nemmeno, sarà dunque teco anche Dio e il pensiero di tua madre".

Siamo veramente innamorati della storia ! Pertanto siamo grati all'amico di sempre Dott. Salvatore Laudicina, non solo per averci ricordato un vecchio maestro del giornalismo casertao Silvio Torre, ma, per averci parlato di cuore e la mente di suo nonno Gen. Medico Giuseppe Madia, Casertano di adozione.  Tutte queste note per non dimenticare, perchè chi dimentica il passato non può guardare al futuro!!

Riportiamo così integralmente il suo ricordo.

Sono decorsi circa cinquanta anni dal 3 marzo 1959, da quando cioè Silvio Torre, indimenticato maestro di giornalismo, aprì la prima pagina quindicinale "Giornale di Caserta", da lui diretto, con un articolo, titolato a caratteri cubitali: " 1° MARZO 1896 :ADUA- LA NOBILE FIGURA DI SOLDATO E DI MEDICO DEL GEN. MADIA. Italiani di altri tempi". Non sembra superfluo e fuori luogo, oggi, a distanza di tanto tempo, ripropone il ricordo e l'esempio di un italiano che ha costellato tutta la sua vita di impegno, sacrificio, tenacia, amore per il prossimo sofferente non soltanto in guerra, per lo studio, la famiglia e la Patria e per le sue istituzioni.   A fronte di tanta pattumaglia e di tanti squallidi gossip, portare a conoscenza delle giovani generazioni immagini che hanno fatto inorgoglire a sentire grandi milioni di gente, sembra una azione di riedificazione storica ed una iniezione di fiducia e di speranza, di stimolo a raccogliere l'essenza dei caratteri della peculiarità per riproporli in veste moderna, attuale.

Orbene è preliminare ad ogni considerazione delineare la figura del maggiore generale Giuseppe Madia e spiegare perchè la stampa casertana a lui, nato il 3 gennaio 1863 a Pianopoli piccolo centro catanzarese, trapiantatosi, dopo aver conclusi gli studi liceali, a Napoli per iscriversi alla Facoltà di medicina e chirurgia della locale università.

Durante il periodo di studi universitari, giovane dignitoso e serio, al fine di non gravare sul bilancio familiare, già particolarmente impegnato dalle pese per gli studi a Napoli, si arruolò nell'esercito col grado di sottotenente medico effettivo al Corpo sanitario militare.

Il 7 maggio 1882 coronò con il matrimonio il sogno d'amore con la leggiadra figlia dell'ing. Francesco Formisano di Portici.

Aggregato al 12° rgt di stanza a Capua, nel 1884 prese casa in questa cittadina casertana, dalla quale programmava e pianificava tutti gli interventi e insediamenti militari e sanitari anche nell'alto casertano ed in particolare a Roccamonfina.

Tuttavia  il ricordo di questa permanenza gli cagionava profondo dolore perchè collegato con il decesso del figlio Guido all'età i due anni.

Nel corso di un riuscitissimo matrimonio nacquero altri cinque figli, alcuni dei quali divenuti adulti, con le proprie famiglie si trasferirono nella città di Caserta. Gli ultimi discendenti viventi nella nostra città soni i fratelli Laudicina.

Senza nulla togliere all'intesa ed eroica attività di medico e di militare dispiegata nella guerra italo- turca 1911-1912, nella guerra 1914-1918, detta della "Vittoria". la campagna d'Abissinia e gli episodi piu'  luminosi di questo Italiano ebbero senz'altro un altissimo rilievo rappresentato ampiamente e diffusamente da tutta la stampa dell'epoca ed in particolare dall'Illustrazione Italiana del 20 dicembre 1996.

Non può essere sottaciuto e per lo spirito spartano di donna pregna di austerità e di nobilissimi sentimenti il tenerissimo telegramma che il tenente medico Madia ricevette all'atto dell'imbarco sul piroscafo PO dalla mamma: Va lieto e sappi, come scrivi, essere medico e soltanto valoroso.  Forza di mente e di cuore non ti mancano, sara' dunque teco anche Dio e il pensiero di tua madre".

Di altrettanto spessore umano e professionale fu l'impegno organizzativo igienico sanitario che il Maggiore medico Madia con la collaborazione d l'assistenza di altri ufficiali medici pose in essere dal 16 ottobre 1911 per individuare e debellare i focolai di colera che mieteva numerosissime vittime indigene ma anche soldati italiani in Libia.  per questo fu decorato Dell'o dine militare di Savoia.  Uomo semplicissimo, ma modesto, nobile, burbero seppur cortese, seppe distinguersi in pace e in guerra ottenendo benemerenze e decorazione che cercava di raggruppare al fine di non creare imbarazzo ai colleghi, particolarmente in cerimonie ufficiali e ricevimenti.  Affermava simpaticamente che la feluca per lui pesava come un elmo.  Il dovere di cronaca imporrebbe di elencare le più importanti onorificenze ricevute dal Gen, Madia, ma l'elenco sarebbe lungo e non rispondente ai meriti del medico e dell'uomo.

Le accoglienze ricevute al rientro a Napoli da Gibuti, l'udienza a Roma dal Presidente del Consiglio on. De Rudinì del 23.11.1896, il riabbracciare i propri cari valsero a lenire le sofferenze fisiche (sopratutto una ferita all'occhio) consentendogli di recuperare in breve tempo le energie e la volontà di riprendere il proprio lavoro e la "missione".  Nei ritagli di tempo, non dimenticava mai di tornare, sia pure per brevissimo tempo, alla sua Pianopoli mettendo a disposizione di tutti e gratuitamente la sua professione di medico, tanto da valergli il dono di una statua in bronzo del Dio-Mercurio, opera dello scultore Giambologna (Jan Boulogne), offerta con targa in ottone con la dicitura  "Al Maggiore Medico Giuseppe Madia-eroe di adua-gli italiani d'America".

Moltissimi napoletani fino a pochi decenni or sono lo ricordavano non soltanto per aver debellato in poco tempo la peste bubbonica a Napoli nel 1921, ma  sopratutto per la disponibilità a prestare la propria opera in qualsiesi momento e senza alcun interesse.




Sunday, January 04, 2026

THOMAS J. CASALE- from Herkimer to Iwo Jima-discendente di Pianopoli

 Traduzione italiana in basso


THE EVENING TELEGRAM, HERKIMER, N. Y MONDAY, MARCH 19, 1945

FROM HERKIMER TO IWO JIMA

When Thomas J. Casale left the Herkimer High School in 1942 he probably did not think that one day his name would be in the newspapers, alongside those of high officers of the United States Navy. Nor could he have imagined that his adventures with the Marines, which he joined soon after graduation would take him half-way around the world, to the site of their deadliest battle on Iwo Island. But there he was this week, as Pfc. Casale of the Marine Corps, chosen by his platoon leaders for the honor of hoisting the American flag in the official ceremonies which marked our occupation of the island. Admiral Nimitz has issued the formal proclamation which authorized the proceedings. General Smith, whose Marines left 4,000 dead on this little outpost of hell, watched the flag rise with tears in his eyes. Evidently Pfc. Casale "has what it takes.” 
He had been president of his class at Herkimer, which shows what his school mates thought of him. During his early days with the Marines he was a drill instructor, and the Marines do not bestow such recognition lightly. Now he is honored by comrades who have come through the Corps’ toughest engagement in 169 years.

Perhaps Herkimer’s historic tradition had something to do with Private Casale’ss devotion to duty. Men once fought through the ‘Mohawk Valley to establish the flag which he helped to hoist on Iwo. As he wrote his sister: "It makes a fellow feel good on the island, to look in the skies and see a blanket Of our planes, while at sea, as far as the eye can reach, nothing can be seen but ghips of our Navy, all flying the American flag.” hats off to Casale and to his millions of comrades in arms, who are showing the world what the American flag means to them! —(Utica Press)

Herkimer Native Dies; Raised Flag on Iwo Jima

HERKIMER — A former Herkimer Marine who had a part in an historical episode on Iwo Jima died Saturday in Virginia. He was Thomas J. Casale, 41,

Thomas J. Casale: From the Herkimer Daily Press June 13, 1966: Thomas J. Casale Dies at 41;

Raised Flag on Iwo Jima: A former Herkimer marine who had a part in a historical episode on Iwo Jima died Saturday in VIrginia.

He was Thomas J. Casale, 41, of 609 North Oak St., Falls Church, Va. Mr. Casale was a member of the Fifth Marines, Seabees, sailors, and Naval aviators who fought the battle

on the South Pacific island. He was chosen to hoist the flag marking the official occupation of Iwo Jima. He was born in Herkimer, a son Joseph and Felicia Cardamone Casale. He was graduated from Herkimer High School in 1942 and enlisted in the Marine Corps. After more than three years he was discharged and entered Georgetown University's School of Foreign Service. He graduated in 1956. He had been employed by the U.S. Foreign Service on the Nationalist China island of Formosa. At the time of his death he was an administrative officer in the Department of the Army. 

He married Joanne Lindenmeyer in 1950 in Washington, D.C. He was a member of St. James Church, Falls Church, Va. Besides his wife he leaves three sons, Joseph, Jeffery and John, all at home, and four sisters, Miss Leonlida Casale, Mrs. Angelo (Rose) Lavallo and Mrs. Louis (Angelina) DePalma, all of Herkimer, and Mrs. Irving (Italia) Miller, in California. The funeral will be at 8:30 Wednesday from the Burns Funeral Home and at 9 from St. Anthony's Church. Burial will be in Oak Hill Cemetery with full military honors. Calling hours are from 7 to 9 tonight and 2 to 4 and 7 to 9 tomorrow.

 From the Fulton NY Newspaper? R.F. Newcomb Pens 'Classic' on Iwo Jima: The liberal sprinkling of names includes that of a 20-year-old Herkimer Marine, Thomas Casale, then a private first class, who with two others on March 14, 1945, raised the American flag on an 80-foot shaft on top of a bunker

Thomas Casale was on Iwo Jima in WWII. According to Iwo Jima - Legacy of Valor by Bill Ross, Thomas J. Casale, Albert B. Bush, Anthony C. Yust, and John C. Glenn

hoisted the American Flag on Iwo Jima after the famous picture. These soldiers put up the permanent flag.

Burial: Oak Hill Cemetery

Herkimer - Herkimer County

New York, USA

THE EVENING TELEGRAMM, HERKIMER, N.Y. LUNEDÌ 19 MARZO 1945
DA HERKIMER A IWO JIMA
Quando Thomas J. Casale lasciò la Herkimer High School nel 1942, probabilmente non pensava che un giorno il suo nome sarebbe finito sui giornali, accanto a quelli degli alti ufficiali della Marina degli Stati Uniti. Né avrebbe potuto immaginare che le sue avventure con i Marines, a cui si arruolò subito dopo il diploma, lo avrebbero portato dall'altra parte del mondo, sul luogo della loro battaglia più sanguinosa, sull'isola di Iwo. Ma eccolo lì questa settimana, come soldato semplice Casale del Corpo dei Marines, scelto dai comandanti del suo plotone per l'onore di issare la bandiera americana nelle cerimonie ufficiali che hanno segnato la nostra occupazione dell'isola. L'ammiraglio Nimitz ha emesso il proclama formale che ha autorizzato l'operazione. Il generale Smith, i cui Marines hanno lasciato 4.000 morti su questo piccolo avamposto infernale, ha guardato la bandiera issare con le lacrime agli occhi. Evidentemente il soldato Casale "ha la stoffa".
Era stato presidente della sua classe a Herkimer, il che dimostra cosa pensassero di lui i suoi compagni di scuola. Durante i suoi primi giorni nei Marines era istruttore di addestramento, e i Marines non concedono questo riconoscimento alla leggera. Ora è onorato dai commilitoni che hanno superato il più duro impegno del Corpo in 169 anni.

Forse la tradizione storica di Herkimer aveva qualcosa a che fare con la dedizione al dovere del soldato Casale. Un tempo gli uomini combatterono nella valle del Mohawk per stabilire la bandiera che lui contribuì a issare su Iwo. Come scrisse a sua sorella: "Fa sentire bene sull'isola, guardare nel cielo e vedere una coltre di nostri aerei, mentre in mare, a perdita d'occhio, non si vedono altro che ghip della nostra Marina, tutti con la bandiera americana". Tanto di cappello a Casale e ai suoi milioni di commilitoni, che stanno mostrando al mondo cosa significhi per loro la bandiera americana! —(Utica Press)

Muore un nativo di Herkimer; issata la bandiera su Iwo Jima

HERKIMER — Un ex marine di Herkimer che aveva preso parte a un episodio storico su Iwo Jima è morto sabato in Virginia. Si trattava di Thomas J. Casale, 41 anni,

Thomas J. Casale: Dall'Herkimer Daily Press del 13 giugno 1966: Thomas J. Casale muore a 41 anni;

Issata la bandiera su Iwo Jima: Un ex marine di Herkimer che aveva preso parte a un episodio storico su Iwo Jima è morto sabato in Virginia.

Si trattava di Thomas J. Casale, 41 anni, residente al 609 di North Oak St., Falls Church, Virginia. Il signor Casale era un membro del Quinto Reggimento Marines, dei Seabees, dei marinai e degli aviatori della Marina che combatterono la battaglia

sull'isola del Pacifico meridionale. Fu scelto per issare la bandiera che segnava l'occupazione ufficiale di Iwo Jima. Nacque a Herkimer, figlio di Joseph e Felicia Cardamone Casale. Si diplomò alla Herkimer High School nel 1942 e si arruolò nel Corpo dei Marines. Dopo più di tre anni fu congedato ed entrò alla School of Foreign Service della Georgetown University. Si laureò nel 1956. Era stato impiegato presso il Servizio Esteri degli Stati Uniti sull'isola di Formosa, appartenente alla Cina nazionalista. Al momento della sua morte, era un funzionario amministrativo del Dipartimento dell'Esercito.

Sposò Joanne Lindenmeyer nel 1950 a Washington, D.C. Era membro della chiesa di St. James a Falls Church, in Virginia. Oltre alla moglie, lascia tre figli, Joseph, Jeffery e John, tutti a casa, e quattro sorelle, la signorina Leonlida Casale, la signora Angelo (Rose) Lavallo e la signora Louis (Angelina) DePalma, tutte di Herkimer, e la signora Irving (Italia) Miller, in California. Il funerale avrà luogo mercoledì alle 8:30 presso la Burns Funeral Home e alle 9:00 presso la chiesa di St. Anthony. La sepoltura avverrà al cimitero di Oak Hill con tutti gli onori militari. Gli orari di visita sono dalle 19:00 alle 21:00 stasera e dalle 14:00 alle 16:00 e dalle 19:00 alle 21:00 domani.

Dal quotidiano Fulton di New York? R.F. Newcomb scrive un "classico" su Iwo Jima: la generosa spolverata di nomi include quello di un ventenne marine di Herkimer, Thomas Casale, allora soldato semplice, che con altri due il 14 marzo 1945 issò la bandiera americana su un pozzo di 24 metri in cima a un bunker.

Thomas Casale era a Iwo Jima durante la Seconda Guerra Mondiale. Secondo il libro "Iwo Jima - Legacy of Valor" di Bill Ross, Thomas J. Casale, Albert B. Bush, Anthony C. Yust e John C. Glenn,

issarono la bandiera americana a Iwo Jima dopo la famosa foto. Questi soldati issano la bandiera permanente.

Sepoltura: Cimitero di Oak Hill

Herkimer - Contea di Herkimer

New York, Stati Uniti

Wednesday, December 17, 2025

Pianopoli: Il MONUMENTO ai caduti della prima guerra mondiale


Foto; Monumento ai caduto della prima guerra mondiale – Opera del grande scultore Giovanni Prini, Professore presso la facoltà di architettura dell’Università di Roma. Inaugurato il 23 Settembre 1934


 Il monumento ai caduti della prima guerra mondiale

Nel 1934 venne innalzato un monumento in ricordo dei figli di Pianopoli, caduti per la Patria, sui campi di battaglia, nella prima guerra mondiale. L'iniziativa per la realizzazione del monumento venne presa da un comitato cittadino, appositamente costituito, che ne affidò la realizzazione al grande scultore Giovanni Prini (1877-1958), Professore presso la Facoltà di Architettura dell'Università di Roma, autore di numerose sculture ed opere di grande pregio artistico, alcune delle quali sono custodite nelle Gallerie d'Arte Moderna di Roma, autore di numerose sculture ed opere di grande pregio artistico, alcune delle quali sono custodite nelle Gallerie d'Arte Moderna di Roma, di Genova, di Venezia e di Monaco di Baviera in Germania. Il Monumento prima di essere sistemato a Pianopoli, venne esposto ed ammirato in una Mostra Romana.

L'opera è in bronzo ed è costituita da un supporto base con sovrastante un legionario romano che prima di morire consegna la spada ad un bambino. Simboleggia l'Impero Romano che muore e l'Italia nuova che sorge.

Il Monumento è stato collocato in apposita villetta (Giardino Pubblico) a fianco della piazza Addolorata su terreno offerto gratuitamente da Agostino Andreaggi, all'epoca Podestà di Pianopoli. La villetta a forma semicircolare, recintata da una cancellata in metallo stampato a maglie quadre, è dotata di aiuole fiorite, di alcuni cipressi, di due vasche con zampilli, da vìaletti lastricati ed illuminati e da comodi sedili.

L'inaugurazione venne eseguita solennemente il 23 settembre 1934, ricorrenza della Sagra dell'Addolorata. Per la descrizione dei festeggiamenti si riporta integralmente un articolo pubblicato il 24 settembre 1934 sul quotidiano ”IlGiornale d'Italia" dal corrispondente da Catanzaro: “PIANOPOLI INAUGURA IL MONUMENTO AI SUOI CADUTI”. Ieri pomeriggio nel vicino Comune di Pianopoli, grosso paese del Nicastrese, che ha superbe tradizioni patriotiche, ha

avuto luogo con grande solennità l'inaugurazione del Monumento ai Caduti. Oltre a tutta la popolazione del paese vi era intervenuta molta folla dai paesi vicini anche perchè ieri in Pianopoli ricorreva la Festa dell'Addolorata, protettrice del paese. Da Catanzaro erano andati il Prefetto della Provincia Contegiacomo, il Segretario Federale Manganiello, l'On. Raffaelli, l'Avv. L'Occaso Presidente della Federazione dei Combattenti, il Questore Capizzi, il Vice Provveditore alle Opere Pubbliche Comm. Cangese. Vi erano pure il Vescovo di Nicastro Mons. Eugenio Giambro, il Podestà di Nicastro Barone Nicola Nicotera, tutti ì Podestà, le autorità fasciste ed i combattenti dei paesi vicini con i loro gagliardetti. La Federazione di Catanzaro aveva portato il suo glorioso gonfalone con le sue cinque medaglie d'oro. Era presente anche il Generale medico Madia, un vecchio ufficiale di origine Pianopoletana, reduce dalle guerre d'Africa sul cui petto brillavano quattro medaglie d'argento al valore.


Appena scoperto il Monumento ha dato la benedizione il Vescovo ed ha preso la parola il Podestà di Pianopoli Cav. Agostino Andreaggi a cui ha fatto seguito il Presidente della sezione locale dei combattenti Dott. Donato e quindi ha pronunziato il discorso inaugurale l'oratore ufficiale Prof. Giuseppe Casale. Ha parlato dopo il Presidente dei combattenti Avv. L'Occaso. Hanno parlato poi il Segretario Federale ed il Prefetto. Tutti gli oratori sono.stati vivamente applauditi ed è stato quindi offerto a tutti gli intervenuti un suntuoso rinfresco nel Palazzo Municipale, dopo di che si fece ritorno a Catanzaro".



Wednesday, December 10, 2025

Emigrants name list - Pianopoli to Schenectady 1900's




Name list of Pianopoli emigrants to Schenectady in 1900's



Information below was given from Raffaela Lento (Stocco) age 94






Agostino (popolomeo) Guzzo (date arrival Feb 13th, 1909)
Andreaggi Ercolino: b.1926-d.1984 (date arrival Sep. 5th, 1956)
Barberio Elena
Casale Michele Angelo (zio) (date arrival Mar.17th, 1921) wife Clorinda Perri
Casale Assunta
Casale Cristina
Casale Gemma


Casale Maria Teresa
Casale Raffaele
Casale Tommaso - then moved to Mamaroneck
Cimino Achille
Cimino Giuseppe -moved to Utica
Cimino Guelfo
Cimino Maria Stella sorella suocera
Cimino Raffaela
Cimino vincenzo (scarparu) e figlio Giuseppe Antonio
Donato Achille
Donato Angelina
Donato Antonio
Donato Giulia



Donato Guerino (1927-2012)
Donato Leonilda
Donato Teresa
Donato Tommaso (Barone)
Donato Tommaso (furfaro) moglie Caterina Servidone e figlio)
Donato Vincenzo
Donato Vincenzo
Donato vincenzo sr.
Fialà Francesco e moglie Assunta Barberio



Filippa Vincenzo (padrigno)
Guaglianone Salvatore Amedeo (moglie Mariastella Cimino)
Guzzo Giuseppe moglie Teresina Servidone
Lento Agostino, son Antonio, wife Stocco Raffaela
Lento Antonio (suocero)
Madia Franco -de musci
Madia Maria Teresa - de musci & zia di Rosa (Guzzo)
Madia Pietro - de musci


Madia Tommaso

Madia Angelo moglie Iolanda Iuliano

Madia Raffaele, moglie eleonora Guzzo

Madia Giuseppina figlie de ciccio (Notaru)
Maida Domenico moglie Peppina maida
Maida Franco
Maida Giuseppe e figli
Maida Pasquale
Maida Teresina - de loma


Mascaro Stefano

Mascaro (Sidoro)
Mastroianni Antonio moglie Opice Maria Rosa e 10 figli ; Francesco, Vincenzo, Eleonora, Anna, Giuseppe, Mario, Franca, Gemma, Novella, Fernando
Mastroianni Giuseppe moglie Madia Giuseppina
Mastroianni Rosina marito Guzzo Romolo
Mazza Pietro
Mazza Rosina
Miceli Italo, moglie Barberio Giuseppina-figli Domenico, Giuseppina, Marianna
Miceli Olga
Miceli Rosina
Miceli Sinibaldi e moglie Assunta Pugliese
Nanci Domenico ( da-coca) moglie Giuseppina Donato
Nicotera Franco
Nicotera Giuseppe moglie Pugliese Antonietta
Nicotera Rosaria
Nicotera Tommaso
Perri Clorinda
Perri Francesco
Perri Giuseppe
Pugliano Maria Rosa
Pugliese Francesco
Scalise Antonio e Marianna Pugliese
Scalise Francesco (carabella)
Scalise Giuseppe
Scalise Giuseppe (pomo)
Scalise Giuseppe moglie Domenica Maida
Scalise Raffaele
Scalise Francesco e moglie Maria Angela Miceli
Scalzo Angelina
Scalzo Antonio
Servidone Antonio
Servidone Francesco
Stocco Giuseppina marito Donato Giuseppe
Stocco Gregorio (padre)
Stocco Raffaela
Stocco Vincenzo -mio zio
Todaro Antonio



Wednesday, November 05, 2025

PIANOPOLI- Soprannomi un tempo usati

 

Soprannomi un tempo usati a Pianopoli

Fino a qualche decennio addietro, nel nostro paese come in tutti gli altri Comuni

Della Regione, per individuare determinate famiglie o singole persone ed in alcuni casi per distinguerle da altre aventi lo stesso cognome, veniva o usati dei soprannomi o dei nomingoli, ricavati dai mestieri, dalle arti, dalle professioni, dai titoli onorifici o nobiliari, dal luogo di nascita o di provenienza, dalle virtù e perfino dai vizi o dai difetti fisici e morali delle persone. Il soprannome era diventato di uso comune e le persone o le famiglie che non lo possedevano erano piuttosto rare. Spesso incontriamo tale usanza anche nei vecchi atti notarili ove il cognome del costituito è seguito da “alias” con l’indicazione del soprannome.

Oggi il grado di maggiore evoluzione sociale e civile ed il perfezionamento raggiunto dai servizi comunale di stato civile e di anagrafe della popolazione, hanno fatto quasi sparire tale usanza.

Riporto un elenco di soprannomi e nomignoli esistenti a Pianopoli, in parte, da una elencazione pubblicata sul giornaletto periodico “La voce di Pianopoli” nel 1971 da Angelo Chirico. L’elenco è stato aggiornato con l’aggiunta di numerosi altri nomignoli omessi nella redazione originaria e riportati senza alcun specifico riferimento a famiglie o persone:

Angilone, Ballara, Barbara, Bardascinu, Barune, Bersitu, Bettuzza, Biancu, Bizzarru, Bombinu, Bonaddiu, Branicu, Bumbaru, Cacataru, Canna, capijancu, carabella, Carrozziere, carbiniere, Carbunaru, Carinu, Catanzarise, Catapane, Cattivu, Cavaliere, Cefali, Cerbari, Ceramidaru, Certuru, Cesarazzu, Cianciosa, Chiappanaru, Guerrera, Joi, Judice, Laburientu, Lomi, Luangu, Lupu, Maculitoi, Maestra, Malafarina, Malerba, Mancinu, Mangiacarbune, Marasciallu, Marenostrum, Marinu, Marotta, Massara, Mastrantuani, Mbrihhiu, Mbrosina, Merciarulu, Menzuculu, Millicelli, Milordu, Minutu, Mulinaru, Murrise, Musca, Musci, Mutu, Ngegnu, Nicastrise, Notarella, Notari, Palazzu, Paletta, Pallune, Paluzza, Panejanca, Pantonise, Pasquali, Passarella, Pazola, Pecuraru, Pedagise, Pellera, Peppuzzi, Pilata, Pilusa, Pinnu, Piocacu, Piombu, Pipara, Pipettu, Pipitune, Pirillu, Pisciatu, Pizzucu, poeta, Pomu, populumeo, Postinu, Preture, Principe, Prosperu, Pulicione, Questione, Repulina, Reuccio, Rigina, Rimitu, Rumani, Ruosi, Saggora, Salatini, Sambiasinu, Scardusu, Sciabachiellu, Sciscia, Schitirillu, Schizza, Scuarciune, Sergente, Serviente, Setteruatula, Sienchiu, Signurinu, Spicatu, Spinzune, Tabaranu, Tamborru, Tascella, Timiru, Tintura, Tiriesi, Tora, Truanu, Tuati, Tumminu, Turrulice, Turruazzulu, Ursulilu, Vacagiulu, Vamparola, Varrilaru, Vartula, Vecchia, Verrucchiu, Vopa, Vrusciata, Zannamara, Zanu, Zigrinu, Zombaru, Zoppa.


(dal libro – Vittorio Miceli

Pianopoli – Storia Arte Cultuta)

1993

Wednesday, May 21, 2025

Casale - Maida - Aiello - Fazio - Mazzei in Herkimer, NY

 


Ugolina Mazzei and husband Pasquale Bruni fromToronto, Canada visiting relatives in Herkimer, NY