La Voce di Pianopoli 1963
Pianopoli e le sue Origini
Poco più di tre secoli e mezzo fa, dove oggi sorge
Pianopoli non esisteva una casa degna di tale nome, Tutto era libera
campagna, con qualche pagliaio o tutt’all più qualche baracchetta
di legno che serviva ai contadini dell’epoca pe posarvi gli
attrezzi di lavoro, e la chiesetta di S. Croce.
Un terreno piuttosto pianeggiante ricco di culture
arboricole tra le quali primeggiava così come oggi, l’ulivo, che
era denominato “Coltura” o Cutura.
In massima parte la “Coltura” apparteneva all nobile
famiglia dei Principi d’Aquino, tranne alcuni appezzamenti che
appartenevano all Chiesa e ad altri piccoli proprietari.
A Nordo della “Cutura”, oltre il torrentello “Scundo”
arroccato su di un colle quasi a guardia delle terre circostanti
sorgeva un antica castello intorno al quale si era sviluppato un
fiorente centro abitato: Feroleto _Antico. La vita si svolgeva con
una certa serenità perchè la fertilità del terreno e l’operosità
degli abitanti apportava al paese notevoli benefici. La tranquillità
di quella contrada fu però turbata da un susseguirsi di scosse
telluriche che tra il 1625 e il 1638 sconvolsero l’intera zona ed
arrecarono al paese notevoli danni. Nel marzo del 1638 si verificò
la scossa più violenta di tutta la serie; oltre alla maggior parte
delle case, rimasero semidistrutte la Chiesa di S. Maria Maggiore,
quella dello Spirito Santo e di S. Nicola. Tra le macerie furono
rinvenuti i corpi di oltre settanta persone tra donne e bambini (gli
uomini erano al lavoro nei campi), mentre tra le rovine di S. Maria
Maggiore perdettero la vita il Sac. Don Giovanni Battista Gallella e
il Chierico Don Nicola Barberio.
In preda al terremoto, i superstiti cominciarono ad
abbandonare le loro case per rifugiarsi in aperta campagna.
Fu così che, avendo notato come la chiesa di S. Croce,
messo generosamente a disposizione dal proprietario Don Giovanni
Pietro Fanosa, Decano della cattedrale di Nicastro, sorsero così le
prime baracche in legno.
Nella zona si trasferirono per primi Don Pietro Nanci,
Tommaso Molinella, Don Nicola di Arena e Gian Paolo Cardamone, oltre
ad un notevole numero di “massari”.
Non tutti i profughi furono però dello stesso avviso;
alcuni preferirono trasferirsi in località “Pacilita”, nei
pressi cioè del’attuale cimitero di Feroleto Antico, altri in
località “Grecia” sul piano di Capuano (presso l’attuale S.
Filippo).
Il motivo principale di tali scelte era da ricercarsi nel
fatto che ogni gruppo possedeva dei terreni proprio nelle adiacenze
dei luoghi prescelti.
Anzi, per avvalorare la propria tesi e per rendere più
consistenti le premesse per la nascita del nuovo centro abitato, uno
dei gruppi pensò bene di portare nella propria località le campane
della diroccata chiese di S. Maria Maggiore. Ciò allo scopo,
evidentemente, di iniziare la costruzione di una Chiesa intorno alla
quale sarebbero poi certamente sorte le case. Così l’Arciprete
don Giovanni Battista Giulio Fagà, il sindaco dei Nobili Gian
Domenico Spatafora ed altri, presero due campane e le portarono nella
“Pacilita”.
Tale trasferimento però non garbò a quelli della
“Cutura”; questi, con a capo Don Nicola di Arena e Don Desiderio
Pellegrino curato di S. Nicola, non solo si opposero al trasporto
nella “Pacilita” della campana grande ma, visto che l’arciprete
e il sindaco Spatafora continuavano ad asportare gli arredi della
Chiesa, per evitare che il malcontento che già incominciava a
serpeggiare tra la gente sfociasse in un tumulto, chiesero
l’intervento dell’amico Principe d’Aquino. Questi mandò sul
posto il Capitano Cesare Giulio Abbruzzese, uomo senza scrupoli e di
poche parole, perché mettesse ogni cosa al suo posto. Inutilmente,
perché il capitano non riuscì a combinare nulla.
Frattanto però, non essendo rimasta in piedi nella zona
che la sola Chiesa di s. Croce, si stabilì che in via provvisoria
questa divenisse la sede della Parrocchia, sia per svolgere le
normali pratiche di culto che per avere un luogo sacro nel quale
raccogliersi in preghiera e da cui far partire le processioni di
penitenza.
Si crearono così i presupposti per far sorgere il nuovo
abitato nei pressi della sia pur provvisoria chiesa parrocchiale.
Se non chè un nuovo movimento tellurico determinò in via definitiva
la nascita del nuovo centro abitato. Nel Giugno di quello stesso
anno 1638 infatti, nel giorno del Corpus Domini, dalla chiesetta di
S. Croce partì la processione che avrebbe dovuto raggiungere la
“Pacilita” e poi Feroleto. Quando però essa giunse nei pressi
del paese, si verificò una ennesima scossa di terremoto che, pur non
essendo violenta come le precedenti, mise lo scompiglio tra i fedeli
che si sparpagliarono per ogni dove in preda al panico.
Tale fatto persuase i più recalcitranti a voler che il
nuovo paese sorgesse nei pressi della Chiesa di S. Croce.
Il tracciato delle vie principali di dice sia stato fatto
da un massaro, che con il suo aratro solcò la terra a forma di
Croce. Sorsero così le prime case in muratura, e col passare del
tempo il paesino, a cui era stato dato il nome di Feroleto Piano, si
sviluppò tanto da superare lo stesso Feroleto Antico (che lentamente
ma decisamente si riprendeva dai duri colpi ricevuti dalla natura) ed
ottenere l’autonomia comunale.
Nel 1783 una nuova violentissima scossa dei terremoto portò
gravi rovine nella zone circostanti, risparmiando dal flagello
soltanto Feroleto Piano. Si gridò al miracolo e si attribuì la
salvezza alla protezione de Maria SS. Addolorata che da quel giorno
divenne Padrona del Comune.
La denominazione di Feroleto Piano rimase fino all’11
aprile 1872 in quel giorno infatti venne emesso il decreto del Re
Vittorio Emanuele II. che accogliendo i voti dell’Amministrazione
Comunale espressi con una storica delibera del 25 maggio 1871,
autorizzava il Comune ad assumere il nome di Pianopoli.
Francesco Barberio
Pianopoli nella realtà e nei ricordi
<<E via! Facciamo un articoletto su Pianopoli …, che sia
interessante…, voi avete tanta pazienza Signorina…, debbono
leggerlo anche gli emigranti!>>
Così mi apostrofa per una, due, tre volte consecutive
l’amico degli emigranti, colui che tiene i contatti con loro, che
scrive e risponde, che li informa sulle novità, sul bello e sul
brutto che viene nel nostro paese. Mi riferisco a D. Angelo
Chirico, a questo simpatico e caratteristico personaggio
Pianopoletano, anello di congiunzione tra il passato e il presente,
tra la vecchia e la nuova generazione, a cavallo tra un’epoca
palpitante di tradizioni ed una società che si rinnova dalle
fondamenta; che si trova così bene a suo agio tra gli anziani ed in
mezzo a noi, che rappresentiamo le classi giovani. E’ così ho pensato in modo interessante a Pianopoli: al paese che si perde nella
leggenda, a quello di pochi anni fa, alla cittadina di oggi.
La Pianopoli della leggenda, costruita nel 1600, dagli abitanti
della antichissima Feroleto, colpiti da terremoto e salvati dalla
protezione della Madonna Addolorata. Ho pensato alla Pianopoli
governata dai Priori in un lungo peridio che so prolunga sino
all’avvento del fascismo, un periodo nel quale trionfano con tutte
le loro coreografie e i loro regolamenti, due grossi aggregati
comunitari: la Confraternita dell’Addolorata, ora scomparsa, e la
società agricola operaia che ancora esiste. Considero con
nostalgica attenzione, la Pianopoli di parecchi anni fa, quella di
cui tanto mi parlava la zia Marianna Sacco…. E mi sofferma a
meditare con piacere sulla vita ed i costumi di un Paese romantico,
ricco di spiritualità, assorbito il giorno della attrazioni
georgiche della campagna ed illuminato a sera, dai quattro o cinque
lampioni a petrolio, accesi puntualmente, dalla costanza sbarazzina
di Aquilino Catroppa prima e successivamente da Vescio Giuseppe
chiamato da tutti “Peppe e Ngegnu”. Chi tra gli anziani, non
ricorda le nobili figure dei Galantuomini D. Agostino e D. Filippo
Andreaggi? Essi fanno parte ormai della Storia paesana, come fanno
parte della storia paesana le figure di altri Pianopoletani insigni,
onesti, caratteristici, quali il Prof. Donato, D. Gaetano Torcia, il
Segretario Barberio, D. Nicola Scalise, il prof. Casale, Antonio
Cimino, D. Ciccio Cimino col sigaro sempre sbuffante, gli amici
inseparabili “Ntoni e Pomu e zu Angelo Esposito”, D. Marcello
Pugliese, il sempre allegro Giovanni Catroppa, il Cav. D. Vincenzo
Stella amministratore saggio. D. Gregorio Chirico ed altri ancora,
che conservano ormai e riposano nel seno stellato dell’Eternità
assieme ai giovanissimi prof. Mario Caporale e prof. Dott. Pino
Catania, furono valorosi e dinamici, di un nuovo stile e di una nuova
vita amministrativa.
E siamo arrivati puntuali alla Pianopoli di oggi, elegante
e moderna, pulita e bene illuminata, con la sua politica nuova, che
ha dato vita al Villaggio Unra-Casas, al nuovo edificio Scolastico,
all’Asilo ed alla Scuola Materna, alla Cooperativa agrumaria, al
Servizio Pubblico per la nettezza e l’igiene, al Consorzio fra gli
utenti delle strade di campagna; alla Pianopoli che ho visto anche
tante schiere di giovani entusiasti e qualificati, partite
malinconici, in Svizzera, in Francia, in Germania, a Genova, a Milano, a Roma, negli Stati Uniti, nell’Australia, nel Brasile,
nel Canadà, dove offrono con i loro sacrifici, il contributo
prezioso della loro tenacia e della loro intelligenza; alla
Pianopoli che custodisce gelosamente nel suo seno le nuove leve di
belle ragazze e di giovanissimi, che guardano con ansia al futuro e
sognano un avvenire migliore. Sono ragazze pensose e giovani
ardenti che anelano ad un clima di affetuosi e più frequenti
contatti con i paesani emigrati; che crescono nell’ambiente dove
nuova Italia democratica e progressista; che credono, sotto il vigile
occhio della Madonna Addolorata, nelle loro capacità, in un destino
più sereno, in un futuro fatto di emancipazione e di lavoro e
soprattutto in una organica politica della Gioventù, al centro di
una società pacifica ed avanzata. Ma ho parlato a lungo…. E mi
affretto a concludere, porgendo il più caro Addio ed il saluto
caloroso e palpitante di noi, a voi tutti che ci leggete… e da
lontano pensate sempre alla bella Pianopoli.
Ins. Maria Esposito