Sunday, March 01, 2026


LA RICOTTA

Non è certo della buona e fumante ricotta che vi voglio parlare, ma di una che, di quella vera, ha solo la forma.

E' la "ricotta " di pietra, che si trovava accostata al muro del palazzo che apparteneva alla antica famiglia Andreaggi.

La pietra si trovava prima conficcata mediamente l'estremità più robusta e grezza nel terreno, tra la strada e il marciapiede, in coppia con una uguale e fungeva da elemento decorativo al prospetto del palazzo.

  Le due colonne furono rimosse nell'ottobre del 1948, quando furono realizzati ai lati della strada, i marciapiedi di cemento.

  Da allora una delle due è sempre stata davanti all'antica costruzione, fino a quando, un caldo pomeriggio dell'estate 1971 la colonna,  legata a delle robustissime catene, veniva trascinata da un trattore nel cortile più interno del palazzo, lasciando vuoto quel posto che aveva occupato per tanto tempo.

   I passanti quella sera si accorsero che mancava qualcosa, sopratutto i giovani, che avevano perso il punto di riferimento per le loro riunioni.

   Subito domandarono, chiesero, fecero di tutto perchè "la ricotta" ritornasse dov'era:  sembrava materialmente impossibile ma i ragazzi non si scoraggiarono e fecero rotolare di nuovo la pesante pietra dal cortile fino al marciapiede.

   Anche (spesso) adesso mi è capitato di vedere dei giovani passeggiare tranquillamente sul corso Roma e poi tutt'a un tratto fare a gara  per conquistarsi un posto a sedere.

   A dire il vero questo improvvisato sedile non è che sia stato comodo; infatti sebbene il tempo l'abbia reso levigato e lucido, è e rimarrà sempre una pietra.

   Nonostante tutto però questa è sempre occupata, perchè la sua posizione permette, a chi vi si siede, di avere un'ampia visione lungo tutta la strada principale di Pianopoli, e diciamolo pure, di osservare e pettegolare su ogni persona o cosa che da lì si scorge.

   Infatti, in un'ora di relax per i pianopoletani questo è forse uno dei pochi diversivi che il paese può offrire.

   Questa antica pietra, me la ricordo da sempre così come è oggi; ho visto viandanti farne tavolo e sedia per mangiare, giovani improvvisarne uno ripiano per giocare a carte e fidanzatini una romantica panchina; ho visto inoltre ragazzi farne  luogo di riunione e vecchi e giovani seduti a parlare.

   Chissà quanti discorsi sono stati fatti di quanti litigi è stata testimone!

   Le chiacchiere, le battute, le serenate, tutte le ha sentite <la Ricotta>, la quale  non è che una pietra, che non potrà mai raccontare a nessuno i discorsi, le speranze, le risate della gente che e passata di lì.

 By: Mariuccia Chirico

fonte: La Voce di Pianopoli "75

Agosto 1975 - numero unico -pagina n.6

*****************Foto della Ricotta  di Joe Fagà***************









Pianopoli e le sue Origini -La voce di Pianopoli 1963

 La Voce di Pianopoli 1963

Pianopoli e le sue Origini

Poco più di tre secoli e mezzo fa, dove oggi sorge Pianopoli non esisteva una casa degna di tale nome, Tutto era libera campagna, con qualche pagliaio o tutt’all più qualche baracchetta di legno che serviva ai contadini dell’epoca pe posarvi gli attrezzi di lavoro, e la chiesetta di S. Croce.

Un terreno piuttosto pianeggiante ricco di culture arboricole tra le quali primeggiava così come oggi, l’ulivo, che era denominato “Coltura” o Cutura.

In massima parte la “Coltura” apparteneva all nobile famiglia dei Principi d’Aquino, tranne alcuni appezzamenti che appartenevano all Chiesa e ad altri piccoli proprietari.

A Nordo della “Cutura”, oltre il torrentello “Scundo” arroccato su di un colle quasi a guardia delle terre circostanti sorgeva un antica castello intorno al quale si era sviluppato un fiorente centro abitato: Feroleto _Antico. La vita si svolgeva con una certa serenità perchè la fertilità del terreno e l’operosità degli abitanti apportava al paese notevoli benefici. La tranquillità di quella contrada fu però turbata da un susseguirsi di scosse telluriche che tra il 1625 e il 1638 sconvolsero l’intera zona ed arrecarono al paese notevoli danni. Nel marzo del 1638 si verificò la scossa più violenta di tutta la serie; oltre alla maggior parte delle case, rimasero semidistrutte la Chiesa di S. Maria Maggiore, quella dello Spirito Santo e di S. Nicola. Tra le macerie furono rinvenuti i corpi di oltre settanta persone tra donne e bambini (gli uomini erano al lavoro nei campi), mentre tra le rovine di S. Maria Maggiore perdettero la vita il Sac. Don Giovanni Battista Gallella e il Chierico Don Nicola Barberio.

In preda al terremoto, i superstiti cominciarono ad abbandonare le loro case per rifugiarsi in aperta campagna.

Fu così che, avendo notato come la chiesa di S. Croce, messo generosamente a disposizione dal proprietario Don Giovanni Pietro Fanosa, Decano della cattedrale di Nicastro, sorsero così le prime baracche in legno.

Nella zona si trasferirono per primi Don Pietro Nanci, Tommaso Molinella, Don Nicola di Arena e Gian Paolo Cardamone, oltre ad un notevole numero di “massari”.

Non tutti i profughi furono però dello stesso avviso; alcuni preferirono trasferirsi in località “Pacilita”, nei pressi cioè del’attuale cimitero di Feroleto Antico, altri in località “Grecia” sul piano di Capuano (presso l’attuale S. Filippo).

Il motivo principale di tali scelte era da ricercarsi nel fatto che ogni gruppo possedeva dei terreni proprio nelle adiacenze dei luoghi prescelti.

Anzi, per avvalorare la propria tesi e per rendere più consistenti le premesse per la nascita del nuovo centro abitato, uno dei gruppi pensò bene di portare nella propria località le campane della diroccata chiese di S. Maria Maggiore. Ciò allo scopo, evidentemente, di iniziare la costruzione di una Chiesa intorno alla quale sarebbero poi certamente sorte le case. Così l’Arciprete don Giovanni Battista Giulio Fagà, il sindaco dei Nobili Gian Domenico Spatafora ed altri, presero due campane e le portarono nella “Pacilita”.

Tale trasferimento però non garbò a quelli della “Cutura”; questi, con a capo Don Nicola di Arena e Don Desiderio Pellegrino curato di S. Nicola, non solo si opposero al trasporto nella “Pacilita” della campana grande ma, visto che l’arciprete e il sindaco Spatafora continuavano ad asportare gli arredi della Chiesa, per evitare che il malcontento che già incominciava a serpeggiare tra la gente sfociasse in un tumulto, chiesero l’intervento dell’amico Principe d’Aquino. Questi mandò sul posto il Capitano Cesare Giulio Abbruzzese, uomo senza scrupoli e di poche parole, perché mettesse ogni cosa al suo posto. Inutilmente, perché il capitano non riuscì a combinare nulla.

Frattanto però, non essendo rimasta in piedi nella zona che la sola Chiesa di s. Croce, si stabilì che in via provvisoria questa divenisse la sede della Parrocchia, sia per svolgere le normali pratiche di culto che per avere un luogo sacro nel quale raccogliersi in preghiera e da cui far partire le processioni di penitenza.

Si crearono così i presupposti per far sorgere il nuovo abitato nei pressi della sia pur provvisoria chiesa parrocchiale. Se non chè un nuovo movimento tellurico determinò in via definitiva la nascita del nuovo centro abitato. Nel Giugno di quello stesso anno 1638 infatti, nel giorno del Corpus Domini, dalla chiesetta di S. Croce partì la processione che avrebbe dovuto raggiungere la “Pacilita” e poi Feroleto. Quando però essa giunse nei pressi del paese, si verificò una ennesima scossa di terremoto che, pur non essendo violenta come le precedenti, mise lo scompiglio tra i fedeli che si sparpagliarono per ogni dove in preda al panico.

Tale fatto persuase i più recalcitranti a voler che il nuovo paese sorgesse nei pressi della Chiesa di S. Croce.

Il tracciato delle vie principali di dice sia stato fatto da un massaro, che con il suo aratro solcò la terra a forma di Croce. Sorsero così le prime case in muratura, e col passare del tempo il paesino, a cui era stato dato il nome di Feroleto Piano, si sviluppò tanto da superare lo stesso Feroleto Antico (che lentamente ma decisamente si riprendeva dai duri colpi ricevuti dalla natura) ed ottenere l’autonomia comunale.

Nel 1783 una nuova violentissima scossa dei terremoto portò gravi rovine nella zone circostanti, risparmiando dal flagello soltanto Feroleto Piano. Si gridò al miracolo e si attribuì la salvezza alla protezione de Maria SS. Addolorata che da quel giorno divenne Padrona del Comune.

La denominazione di Feroleto Piano rimase fino all’11 aprile 1872 in quel giorno infatti venne emesso il decreto del Re Vittorio Emanuele II. che accogliendo i voti dell’Amministrazione Comunale espressi con una storica delibera del 25 maggio 1871, autorizzava il Comune ad assumere il nome di Pianopoli.

Francesco Barberio


Pianopoli nella realtà e nei ricordi

<<E via! Facciamo un articoletto su Pianopoli …, che sia interessante…, voi avete tanta pazienza Signorina…, debbono leggerlo anche gli emigranti!>>


Così mi apostrofa per una, due, tre volte consecutive l’amico degli emigranti, colui che tiene i contatti con loro, che scrive e risponde, che li informa sulle novità, sul bello e sul brutto che viene nel nostro paese. Mi riferisco a D. Angelo Chirico, a questo simpatico e caratteristico personaggio Pianopoletano, anello di congiunzione tra il passato e il presente, tra la vecchia e la nuova generazione, a cavallo tra un’epoca palpitante di tradizioni ed una società che si rinnova dalle fondamenta; che si trova così bene a suo agio tra gli anziani ed in mezzo a noi, che rappresentiamo le classi giovani. E’ così ho pensato in modo interessante a Pianopoli: al paese che si perde nella leggenda, a quello di pochi anni fa, alla cittadina di oggi.

La Pianopoli della leggenda, costruita nel 1600, dagli abitanti della antichissima Feroleto, colpiti da terremoto e salvati dalla protezione della Madonna Addolorata. Ho pensato alla Pianopoli governata dai Priori in un lungo peridio che so prolunga sino all’avvento del fascismo, un periodo nel quale trionfano con tutte le loro coreografie e i loro regolamenti, due grossi aggregati comunitari: la Confraternita dell’Addolorata, ora scomparsa, e la società agricola operaia che ancora esiste. Considero con nostalgica attenzione, la Pianopoli di parecchi anni fa, quella di cui tanto mi parlava la zia Marianna Sacco…. E mi sofferma a meditare con piacere sulla vita ed i costumi di un Paese romantico, ricco di spiritualità, assorbito il giorno della attrazioni georgiche della campagna ed illuminato a sera, dai quattro o cinque lampioni a petrolio, accesi puntualmente, dalla costanza sbarazzina di Aquilino Catroppa prima e successivamente da Vescio Giuseppe chiamato da tutti “Peppe e Ngegnu”. Chi tra gli anziani, non ricorda le nobili figure dei Galantuomini D. Agostino e D. Filippo Andreaggi? Essi fanno parte ormai della Storia paesana, come fanno parte della storia paesana le figure di altri Pianopoletani insigni, onesti, caratteristici, quali il Prof. Donato, D. Gaetano Torcia, il Segretario Barberio, D. Nicola Scalise, il prof. Casale, Antonio Cimino, D. Ciccio Cimino col sigaro sempre sbuffante, gli amici inseparabili “Ntoni e Pomu e zu Angelo Esposito”, D. Marcello Pugliese, il sempre allegro Giovanni Catroppa, il Cav. D. Vincenzo Stella amministratore saggio. D. Gregorio Chirico ed altri ancora, che conservano ormai e riposano nel seno stellato dell’Eternità assieme ai giovanissimi prof. Mario Caporale e prof. Dott. Pino Catania, furono valorosi e dinamici, di un nuovo stile e di una nuova vita amministrativa.

E siamo arrivati puntuali alla Pianopoli di oggi, elegante e moderna, pulita e bene illuminata, con la sua politica nuova, che ha dato vita al Villaggio Unra-Casas, al nuovo edificio Scolastico, all’Asilo ed alla Scuola Materna, alla Cooperativa agrumaria, al Servizio Pubblico per la nettezza e l’igiene, al Consorzio fra gli utenti delle strade di campagna; alla Pianopoli che ho visto anche tante schiere di giovani entusiasti e qualificati, partite malinconici, in Svizzera, in Francia, in Germania, a Genova, a Milano, a Roma, negli Stati Uniti, nell’Australia, nel Brasile, nel Canadà, dove offrono con i loro sacrifici, il contributo prezioso della loro tenacia e della loro intelligenza; alla Pianopoli che custodisce gelosamente nel suo seno le nuove leve di belle ragazze e di giovanissimi, che guardano con ansia al futuro e sognano un avvenire migliore. Sono ragazze pensose e giovani ardenti che anelano ad un clima di affetuosi e più frequenti contatti con i paesani emigrati; che crescono nell’ambiente dove nuova Italia democratica e progressista; che credono, sotto il vigile occhio della Madonna Addolorata, nelle loro capacità, in un destino più sereno, in un futuro fatto di emancipazione e di lavoro e soprattutto in una organica politica della Gioventù, al centro di una società pacifica ed avanzata. Ma ho parlato a lungo…. E mi affretto a concludere, porgendo il più caro Addio ed il saluto caloroso e palpitante di noi, a voi tutti che ci leggete… e da lontano pensate sempre alla bella Pianopoli.

Ins. Maria Esposito

A FUNTANA D’A VUTTA - (Francesco Barberio dialetto Pianopoletano)

 A FUNTANA D’A VUTTA

Ammenza via ppe jire a Furulitu, quand’ancora se jia d’o pon’te Scundu c’era ‘na fonte. Mo pare ‘nu mitu! Parica parr’e cose d’atru mundu.

Cent’anni arriadi tuttu scarsiava; puru e funtane; a chille due cannella Tiresina quando jia se ricriava mu l’inchie vozze cuccumelle e lincelle.

E cc’e jia Rosa, Cuncetta ed Angilina: Ognunu avia chi dire o chi cuntare. Chista pensava sulu all cucina. Chilla parrava sempr’e maritare.

Quando u varrile sue se perinchja Tiresa, ccu l’accordu d’e cumpagne chianu chianu de banda sì ‘nde jia ccu llu cotraru ‘mmianzu alle castagne.

A scusa ‘e l’acqua era la chiù bella ppe vidire Petruzzu all’mmucciuni; u sgrusciu chi venia da funtanella ammappava de Piatru i suspiruni.

Bona fu ditta e bona fu daveru chill’acquicella d’a funtan’a vutte! Ppe d’anni e d’anni nu paise nteru si ‘nde sreviu. Pue, a strata vinne rutta pecchì u progressu nun se po’ fermare, e la viarella d’a funtan’a ch’avia sentutu tanu sospirare spar’u. Mo cìè ‘na strata bona ppe jire a ferulitu. A Scundu, a passerella nun c’è chiù; a crapa cu l’angiellu scaranu ‘mpace ‘mmianz’a l’erbicella chi cresce supr’a trempa de Gariallu.

L’acqua però, d’a vutte, un s’è perduta! Chine ‘nde vò sentire ancora a vuce e so vò fare ancora ‘na vivuta, basta mu si ‘nde ‘chiane a Santacuce.

Ma l’acqua nun’è chill’e na vota; ‘nde curre n u filillu, suncursiandu e nun ha chiù sapure: è ‘n’acqua ..ciota chi juarnu juarnu par’ca sta spirando.

U tiempu passe e vene la vecchiaia ppe d’ogni cosa ed ogne creatura. Cum’u a funtana, finisce ‘nsepurtura.

Puru muartu però lasse ‘na spina si fice bene tramente è campatu, cum’a funtana. Sinò, fuacu e china! Chista è la legge, dura, d’o criatu!